Sulla fine del capitolo si accenna al dottor Girolamo Mazzoni, che appare tra i chirurghi condotti di Ravenna dal 1823 al '28. Di lui scrive il Borgognoni, l. cit.: «Viveva in Ravenna un tal Girolamo Mazzoni di Cesenatico, medico di professione e in concetto di chirurgo valente, ma uomo d'animo oltre ogni dire malvagio. Questi, come poi si riseppe, abusando dell'arte sua, molti, contro i quali, o per ragione di sètta o d'altro, nutriva astio, aveva fatto morire di veleno. La Commissione [dell'Invernizzi], oramai avviata, mise le mani addosso anche a lui, che pare fosse molto innanzi nei gradi delle società segrete. Il Mazzoni stette dapprima molto perplesso; pure alla fine si fe' anch'esso delatore: e una volta entrato per quella via, tanto s'incalorí nel narrare e specificare il molto che ei sapeva, che, volendo in certo suo interrogatorio aggiungere non so se altri particolari o altri nomi, il colonnello Ruvinetti, stomacato, gli gridò: — Taci, briccone, che a quest'ora hai detto anche troppo! — La conseguenza di queste rivelazioni, succedutesi con molta rapidità, fu un improvviso, contemporaneo, sterminato numero d'arresti di cittadini d'ogni età e condizione». Anche il Frignani, op. cit., XXX: «...altre favole obbrobriose, inventate, non so se per suggestione di qualche giudice, o per ispontanea malvagità di un Mazzoni, reggente della Carboneria e traditore compero, il quale al molto vero che svelò per premio, altrettanto di bugiardo aggiunse, eziandio contra sé, quasi ambisse l'infamia».

[XVI.] A illustrazione del processo fatto all'Uccellini parmi utile riferire qui la relazione che egli stesso incominciò a scriverne nel 1829 sotto forma di lettera al padre; la quale, sebbene incompiuta, dà particolari e ragguagli notabili:

Imola, li . . . . . . . del 1829.

Forsan et haec olim meminisse iuvabit.

Virg.

Carissimo Padre,

Ad evasione di quanto le promisi nell'ultima mia delli 12 corr., di renderla cioè instruita delle vertenze, che nella mia causa presentano punti di rimarco, le dirigo questo foglio, che ne contiene in succinto le principali, avendone lasciate a parte molte altre secondarie superflue all'oggetto.

Nel giorno susseguente il mio arresto (3 ottobre 1827) fui condotto innanzi al giudice Mazzoni, il quale alla presenza dei due testimoni, che avevano assistito alla mia perquisizione personale, successa due ore dopo il mio arresto, verificò formalmente gli effetti rinvenutimi, consistenti in un temperino senza punta, in una canna cosí detta di zucchero, in due minute di petizioni, in tre prospetti di contabilità dell'ufficio del Registro a cui, come ognun sa, io era addetto, in due impronti o stampiglie inservienti ad ornare i suddetti prospetti ed in sessantasette baiocchi. Di tale ricognizione si compose un processo verbale, che venne firmato da me e dai testimoni dei quali non ricordo il nome; dopo di che essi vennero congedati.

S'iniziò quindi un altro processo. Oltre alle interrogazioni di uso, mi si chiese: «Se io aveva amici, e quali fossero; dove io era stato arrestato; se sapeva il motivo di mia catturazione; a quali esercizi mi era applicato», ed altre molte, che inutile sarebbe il riportare. Risposi a tutte queste domande con le piú semplici e veritiere risposte; ed all'interrogazione: «Se io era mai intervenuto a cene o ad altri divertimenti» ritenendo sopra forti motivi che il Fisco, venuto in cognizione dell'Accademia del Magnismo da me eretta, già pubblicamente notoria, avesse concepito sinistri sospetti, non esitai ad esporre il fatto pretto e genuino com'era, fondando sempre le mie asserzioni su prove positive e sopra testimonianze ineccezionabili, che assicuravano il Fisco della lealtà della cosa. E difatti nel progresso delle interrogazioni ben m'avvidi che io non m'era deluso. Quanto grande non fu allora la mia compiacenza d'aver prevenuto dei sospetti, che potevano forse essere d'aggravio agli altri accademici, miei amici, e scevri come me, d'ogni dolosità per un fatto simile?

Nel giorno 21 dicembre fui sottomesso ad un altro nuovo interrogatorio innanzi al ricordato giudice Mazzoni. Non si trattò che di farmi render ragione di alcune carte scritte di mio carattere, che io non esitai a pienamente confermare. Consistevano esse in due o tre lettere dirette a Giulio Fanti, mio amico e compagno d'ufficio nel tempo che io mi trovava ammalato; e con le quali l'incaricava di una qualche mia particolare commissione. Mi ricordo pure che fummi resa ostensibile una sestina di cui non seppi dar ragione, se non che quando il giudice stesso mi specificò l'oggetto a cui era servita, cioè «a rimbrottare una donna di vecchia età che pretendeva il vanto di giovinetta»: mi sovvenne allora dell'amico Vincenzo Fiorentini, nelle di cui mani rimase tale scritto sin dall'epoca che frequentavamo la conversazione di Vincenzo Pio; e la mia dichiarazione combinò benissimo con quella che l'amico aveva precedentemente esposta senza alterazione alcuna del fatto, che altro non potè riputarsi che una semplice celia di conversazione. Mi fu pure presentato uno scritto di galanteria perquisito a Fanti, che era un capo d'opera di ridicolosità; sicché fra tutte queste carte nulla fuvvi di concludente.