Nella sera del 9 febbraio 1828, verso l'ora di notte, fui condotto non piú innanzi al giudice Mazzoni, ma al giudice Serafino Menzetti (che seguí ad esser sino alla definizione della causa il mio processante), che mi sottopose ad un semplice esame di ricognizione di altre varie lettere rinvenute a Fanti, non dissimili dalle prime, senza che contenessero la benché minima indecente espressione, che alle volte famigliarmente scrivendo può sfuggire. Lette che mi furono ed annotate nel processo, passò il giudice ad interrogarmi sopra alcune circostanze della surriferita Accademia del Magnismo, che io decifrai con la piú convincente chiarezza, adducendo nuove prove di fatto che convalidavano maggiormente l'esposto.
Eccoci al quarto esame (13 marzo), in cui le cose presero un aspetto serio e veramente perduellionico. «Venni imputato di aver tentato una sommossa, da me concertata nel maggio 1826, e da succedere armata mano nel Teatro nel tempo dell'opera a danno della truppa de' carabinieri, dietro un segnale, che apparir doveva nel palco cosí detto la Barcazza, quando la forza fosse divenuta a degli arresti per un campanello che veniva nel Teatro senza sapersi da chi suonato.» Si aggiunse «che in tal epoca agiva per prima cantante la Dati; che già il concordato era deciso; i rivoluzionari pronti all'azione: ma che andò a vuoto, non già per essermi cambiato d'idea, ma perché si rese palese ad alcuni che impedirono l'eseguirlo.»
A far rilevare la falsità di questa imputazione, mi restrinsi a dire che io non era mai stato né rivoluzionario, né facinoroso, e la mia pacifica condotta n'era una bastante prova; che non aveva giammai avuti contrasti colla forza pubblica, sempre da me riguardata col dovuto rispetto.
E venendo alle discolpe di fatto, addussi che nel carnevale del 1827, e non nel maggio 1826, come mi si contestava s'era udito in Teatro il campanello in discorso, suonato, io credo, in sfregio dei soggetti tristissimi che agivano nell'opera buffa intitolata La gioventú d'Enrico quinto; né fra questi agiva la Dati, perché in Ravenna ottenne sempre applausi, e fu universalmente piaciuta; né sarebbe stata lo zimbello di un campanino che si può con fondamento credere un trastullo di una qualche signorina annoiata dall'opera. Né ad altri si potrebbe imputare simile frastuono; tanto piú che pochissima era la gente che frequentava il Teatro; e quasi tutti noi giovinotti preferivamo di stare piuttosto al caffè a fare un tresette.
Insussistente era pure la circostanza addotta del segnale che apparir doveva per la sommossa imputatami, nel palco della Barcazza, prima perché nel carnevale del 1827 l'Accademia del Magnismo, sciolta già fino dal dicembre 1826, non teneva piú in affitto detto palco, ed io, dopo questo tempo non sapevo, per cosí dire, se piú esistesse; secondo, perché in tutto il tempo che fu dagli accademici frequentato, non diede mai un'ombra di scandalo; tanto è vero che esister doveva tuttora presso Pascoli o Signorini un avviso, tenuto sempre affisso in detto palco, con cui si pregava a conservare scrupolosamente il contegno il piú civile ed educato, senza prender punto parte o in applausi o in dispregi, onde non essere segnati a dito. E questo cartello so che pervenne, a mia maggior giustificazione, nelle mani della Commissione. Feci riflettere, che oltre il suono del campanello, benché succedessero in teatro fortissime fischiate all'epoca indicata, la forza non si risolvé mai ad arrestare alcuno; motivo per cui è da supporsi che avesse essa altri ordini. Dunque la causa principale della sommossa addotta e dipendente dagli arresti, non appare che dubbia, e l'effetto sospeso e condizionato in modo che rende pressoché vani i preparativi contestatimi.
Aggiunsi: Colui che mi aggrava di tale calunnia, si può dire che neppur conoscemi di vista. Decida ella, signor giudice, se questa fisionomia, se questo mio debole fisico annunziano sentimenti rivoluzionari; anche i consulti della fisiologia non sono in questi casi vani. Ma poi, il ridurre rivoluzioni al punto contestatomi, sembrami richiedere, in chi le concerta e promuove, gran mezzi, cioè di grande influenza o per autorità o per ricchezze, senza le quali non s'induce uomo a seguire i propri capricci e ad azzardarsi di sagrificar la vita. E dov'è la preponderanza? dove le ricchezze? Pazzo veramente da sé stesso si manifesta il mio falso delatore, perché confonde un'epoca con un'altra, perché adduce circostanze che col fatto svaniscono, perché insomma delira.
Pretende, per render doloso l'attentato imputatomi, che non di mia volontà, ma pel fatto altrui soltanto ne fosse impedita l'esecuzione. Ed ecco che egli stesso prova la mia insufficienza, e mi priva ad un tratto fra mille contradizioni di quella prima autorità che mi arbitrava di rivoluzionari pronti all'esterminio; autorità che, arrivata a questo punto, o non poteva aver contraddittori, o in ogni caso, non obbligata a soffrirli, né ad arrendervisi. E con molte altre ragionevoli particolarità diedi io termine a questo mio interrogatorio.
Nel giorno 25 aprile, in cui accadde il mio quinto esame, fui richiesto «della conoscenza di Angelo Mercuriali e di scritti che io aveva al medesimo consegnati», e mi si contestava d'aver ciò esposto confidenzialmente ad alcuni miei amici; e d'aver spiegato gran timore d'esser io da lui sagrificato, vociferandosi che fosse una spia; e che quei scritti non d'altro genere erano che satirici». Di piú mi sentii imputato «d'essere l'autore di una satira intitolata: Dialogo tra S. Apollinare e S. Vitale, che all'opportunità mi sarebbe stata contestata in piú ampli termini.»
La mia conoscenza con Mercuriali, dissi io allora, è incontrastabile; piú volte, dietro sue preghiere, gli ho redatte minute di petizioni e di lettere, che ho sempre rilasciate in sue mani; né so che carte d'altro genere possano presso il medesimo esistere.
Il timore poi che il calunniatore m'appone, ad altro non serve che a porre in diffidenza della Giustizia le accuse che mi vengono date, perché delineando delle estremità del tutto opposte, a vicenda si elidono. Con quai differenti colori non vengo io dipinto? Allora coraggioso (vedi l'imputazione della rivoluzione da teatro) e adesso timido. In tutti i casi timor pedibus addidit alas, dice Virgilio; e di fatti se avessi avuto motivo di temere di Mercuriali, decantato ovunque per un delatore, potea facilmente sottrarmi a' suoi colpi e scampare ogni traversia.