[I.] Nacqui nel 9 gennaro 1804, quando la Francia, sottrattasi già dall'assolutismo dei Borboni, reggevasi in repubblica e faceva prevalere pure in Italia i principi che essa aveva adottati; sicché m'inspirai per tempo a sensi liberali.
[II.] Mio padre, conosciuto per l'amenità del suo carattere e per l'originale gaiezza del suo umore, esercitava con somma maestria l'arte di tipografo; ed essendo di mente aperta pervenne ad arricchirsi di quelle cognizioni, che non ebbe agio d'acquistare nelle scuole. Di umore allegro dilettavasi di compor versi, che destavano lunghe risate nelle comitive, e molti ne corrono ancora per la bocca del volgo. Fervido partigiano della Francia, fu compreso tra i liberali condotti alle Bocche di Cattaro dopo i successi degli alleati in Italia; ma la battaglia di Marengo li salvò tutti da certa ruina. In seguito ebbe a soffrire alcune vessazioni a causa dell'atterramento delle Croci, operato da' Giacobini, al quale prese parte. Ma, caduto l'Impero, attese con zelo all'ufficio di commesso, conseguito nel Municipio.
[III.] Premuroso di iniziarmi presto negli studi mi assegnò per maestro un certo Coatti di Argenta che aveva nome di dotto. Ma alla fin dei conti il suo merito maggiore consisteva nell'imprimere sopra cartaccia imagini di sant'Antonio, colle quali ci carpiva una parte della colazione e della merenda. In seguito fui preso in casa da un certo Zavaresi, prete di qualche intelligenza, ma manesco all'ultimo segno; e non stava un minuto senza adoperare il nerbo.
[IV.] Finalmente m'introdussero nelle scuole del Collegio come alunno estero. Allora presi alquanto gusto negli studi, e nella cattedra di diritto civile e canonico, diretta con somma lode dal professore avvocato Zalamella, conseguii il 2º premio. Ma il povero mio padre col peso di numerosa prole, e di continuo afflitto da malattie, non era piú in grado a sostenere le spese degli iniziati studi di legge, specialmente quelle che occorrevano per la provvista dei libri, e m'indusse ad abbandonarli, per darmi alla carriera degli impieghi.
[V.] Correva allora l'anno 1818, cioè era il tempo in cui la Carboneria fioriva ovunque. L'Italia presentava un vivaio di sètte, di diverso nome, ma tutte tendenti allo stesso fine: abolizione della monarchia assoluta. In Ravenna la Carboneria dividevasi in tre sezioni: la prima portava il nome di Protettrice, perché reggeva le altre; la seconda di Speranza, perché composta in gran parte di giovani studenti; e la terza, perché era un miscuglio di ogni sorta di gente, operai quasi tutti, i piú pronti all'azione, ebbe il nome di Turba. Ogni sezione aveva un rappresentante presso la Protettrice, il quale le dava contezza d'ogni movimento di ciascuna sezione.
[VI.] Incline a far versi ne tirava giú d'ogni colore sempre sullo stesso soggetto, «la tirannia», e ciò mi diede nome fra i miei colleghi, che pensarono senza ritardo d'introdurmi nella Speranza.
Una riunione preparatoria si tenne dapprima con altri neofiti nella bottega del barbiere Medri; poi, tre sere dopo, accompagnato da chi mi propose all'ammissione, fui condotto nel Borgo Adriano in casa di Luigi Ghetti, ove stavasi adunata la presidenza della Carboneria. Appena entrato fui da ignota mano bendato, e, in seguito di alcune parole scambiate tra il proponente e chi guardava al di dentro l'adito della stanza in cui risiedeva il consesso, venni introdotto. Una voce imponente mi diresse varie interrogazioni, e quando ebbi data parola di esser pronto a tutto sacrificare pel bene della patria, e di concorrere energicamente alla depressione della tirannia, mi si fece porre la mano sopra un nudo pugnale e sul medesimo pronunciai il giuramento prescritto. Dopo di che mi si tolse la benda, e mi vidi attorniato da una siepe di pugnali. Allora il vecchio Andrea Garavini, che dirigeva la seduta, mi disse ad alta voce: «Tutti questi pugnali saranno in vostra difesa in ogni incontro se osserverete la santità del giuramento prestato, invece saranno a vostro danno ed offesa se vi mancate: la pena del traditore è la morte.» Tosto mi venne indicata la squadra a cui apparteneva, comunicati i motti d'ordine che giovavano ad intendersi, e data ogni altra istruzione necessaria. Appena inscritto nel ruolo, ebbi ordine di provvedermi di un paio di scarpe da munizione, di un sacco militare; v'era chi ne fabbricava per conto della Società.
[VII.] Certamente il Governo ignorava ciò che era a tutti palese: il crescere ed estendersi del partito che lo voleva abbattere; ma il fatto è che rimase inerte ben sapendo che ogni ramo della pubblica amministrazione stava nelle mani della Carboneria, la quale avrebbe saputo rendere inefficace qualunque ordine contro di essa emanato, e sapendosi che l'Italia contava da 300 mila carbonari. Ma si scosse terribilmente quando poté avere un punto d'appoggio sullo straniero, come vedremo in seguito.
Intanto gli agenti della forza, se capitavano in una bettola ove stavano carbonari, si univano ad essi, e col bicchier in mano cantavano in coro:
Uniti e concordi