[IX.] Eccoci all'anno 1821, anno di continue tribolazioni. Il Governo [1 marzo 1820] affidò il reggimento della provincia di Ravenna al cardinale Antonio Rusconi, vescovo d'Imola detto Cuccardina, accanitissimo satellite della Corte romana. Sbirri e gendarmi penetravano di notte tempo nei domicili di quei cittadini, che nell'anno scorso si erano dimostrati esaltati liberali e che avevano insieme bevuto alla salute d'Italia; mettevano in iscompiglio tutte le famiglie, senza aver riguardo né a vecchi né a giovani, e colle sciabole sguainate alla mano scomponevano pagliacci, materassi, mobili, ritenendo che occultassero armi, carte, munizioni ed oggetti settari. Fatte le perquisizioni, arrestavano le persone dalla polizia loro designate; e senza permettere nemmeno di abbracciare i propri congiunti, venivano strappati dal focolare domestico, rinchiusi in diversi veicoli e strascinati nei forti dello Stato: e a molti s'impose l'esiglio.
[X.] In quale agitazione fosse il paese ognuno lo può da sé arguire. Però i carbonari, scampati dai rigori del cardinal Legato, non si perderono d'animo; anzi riordinarono in breve con maggior prudenza le loro squadre e si posero in condizione di sventare le sue mire. Quello che piú premeva era di frenare la prepotenza e l'insolenza degli sbirri e dei gendarmi divenuti insopportabili.
Quando essi incontravano un liberale loro maleviso lo afferravano per l'abito, lo tiravano di qua e di là, e il piú bel complimento che gli potessero fare era questo: «Dove vai, carogna?» e se non si rispondeva a loro modo davano mano anche ai pugni; guai se si reclamava: il rimedio diveniva peggiore del male. Non poche volte osarono svellere persino i peli dei baffi; barbarie che non credo usata neppure fra i selvaggi. Ma abyssus abyssum invocat. Si tennero d'occhio coloro che di tante sevizie erano fautori, ed a tempo opportuno ricevevano il guiderdone che meritavano.
[XI.] Accaduta la morte di Pio VII [20 agosto 1822], il Rusconi andò a Roma al Conclave, lasciando la provincia nella massima esasperazione e con una dose d'odio contro chi ci reggeva maggiore il doppio di prima. Dopo la elezione del papa Leone XII [28 settembre], venne surrogato al Rusconi il cardinale Agostino Rivarola [11 maggio 1824], uomo bisbetico, prepotente ed eccentrico all'ultimo segno. Egli fu investito di ampie ed estese facoltà, dette leonine, sulle quattro Legazioni e sulla Delegazione di Pesaro ed Urbino. Nella campagna di Roma, ove aveva dapprima agito contro i malandrini che l'infestavano, erasi acquistato il nome di abile agente politico. Ma il risultato del suo operato in Romagna fu interamente negativo.
Appena giunto a Ravenna con scorte di dragoni a cavallo, di cacciatori a piedi e di missionari — che bell'amalgama! — ordinò che si chiudessero gli spaccî di vino ed impose ad ogni cittadino che girasse di notte di munirsi di un lume acceso. Il paese mostrò subito con satire di ogni genere in qual concetto teneva tali provvedimenti. «Non possiamo riunirci nelle bettole, dicevasi, ci uniremo nelle nostre case, lontani dagli occhi della polizia; ecco un vantaggio per noi inatteso.» La lanterna divenne presto un sollazzo; se ne fecero di carta a tre colori nazionali, e si offerse una continua dimostrazione politica. In tutto ciò che il Rivarola faceva, nulla appariva che dovesse essere il rigeneratore delle Romagne. Ma i missionari? ecco il punto importante del dramma. Appena giunti, eressero nel mezzo del Duomo un gran paretaio, ove con ogni artificio di parole eccitavano i fedeli ad accostarsi al sacramento della penitenza; specialmente «quelli che seguendo le perverse dottrine del giorno erano nella via di perdizione». Né bastavano le eccitazioni verbali. Il cardinale faceva percorrere in ogni strada pattuglie di dragoni, che imponevano la chiusura dei negozî, ed agenti di polizia, che spingevano i ragazzi alle missioni; ciò che irritava anche i bigotti, perché dicevano non doversi sforzare chicchessia in atti di religione. Io assistei per curiosità ad una predica, e specialmente ad un dialogo tra il dotto e l'ignorante; e posso dire che trovai piú di buon senso in una commedia di burattini che in simili dialoghi, e previdi sin d'allora un tristo successo. Intanto per favorire il concorso dei penitenti tenevasi aperta ogni sera nel palazzo arcivescovile sino ad ora tarda la cappella di San Grisologo, in cui erano confessionali ben disposti. È fuor di dubbio che lo scopo dei missionari era quello di penetrare col mezzo della confessione ne' piú reconditi segreti della Carboneria; come è pur fuor di dubbio che il Rivarola mostrò all'arcivescovo Codronchi con lettera riservata il vivo desiderio che coadiuvasse all'opera dei missionari: ma l'aver lasciato cadere la lettera nelle mani del suo agente Zotti, il di cui figlio Giovanni, addetto alla sètta, ebbe della medesima conoscenza, dimostra che il Codronchi non intendeva di soddisfare al desiderio espresso dal Legato, contrario ai principi di un degno cittadino e di un onesto sacerdote.
Inesprimibile fu l'avversione che concepi il Rivarola contro Codronchi. Essendo questi caduto ammalato, la Magistratura ordinò a spese pubbliche un triduo nella cappella del palazzo comunale; ma il Rivarola siccome era tempo di carnevale insisteva perché nella sala contigua si aprissero durante il triduo feste da ballo. Ma la Magistratura fu abbastanza savia per non aderire alla volontà del Legato, che agiva solo per rabbia e dispetto, con scandalo del paese. Infine, stanco il Codronchi dei dispiaceri che gli venivano dal Legato, rinunciò all'arcivescovado. Ma il paese, memore sempre dei sommi beneficî da lui ricevuti, indusse la Magistratura a recarsi subito a Roma presso il sovrano, onde non accogliesse la data rinuncia, ed il vóto del paese fu compiuto. I missionari pure vollero esprimere il loro malumore al Codronchi, lasciandogli un foglio di ricordi pieno di insulti e di minacce.
[XII.] Il Rivarola aveva l'incarico non solo di purgare le Romagne dalle sette, ma quello pur anche di dar termine ai processi politici iniziati nel 1821 dal Rusconi. Questi processi furono confezionati nelle tenebre, da persone scelte fra le piú avverse ai principî liberali, senza che fossero ammesse prove a favore degli imputati; senza difesa insomma e senza tutte le formalità e garanzie che la legge esige: processi creati a seconda il sistema inquisitoriale che non ammette che due estremi, accusa e condanna. Il Rivarola sulla relazione dei giudici processanti da lui scelti, invocato con solennità il nome di Dio, quando invece era da invocarsi quello del diavolo, pronunziò il 31 luglio 1825 inappellabile sentenza sopra 508 cittadini di ogni rango e condizione, condannandone alcuni alla morte, varî alla galera, non pochi alla detenzione per diverso tempo, e sottomettendo moltissimi ad un precetto che, togliendo quella libertà di azione che è ad ognuno necessaria per reggere i propri affari, era oltremodo pregiudicevole. Il Rivarola fu sollecito di far commutare la pena di morte in quella di galera o di accorciare il tempo delle pene agli altri inflitte. Non per questo l'atto da lui emanato cessò di essere una mostruosità, un atto d'ingiustizia, di cui non si trova esempio nella storia dei tempi piú barbari. Chi potrebbe calcolare i danni che produsse quell'atto nelle famiglie da esso colpite? Il malanimo fu intenso, persino nelle persone affezionate al Governo; onde non è da stupire se si formarono complotti contro la vita del Legato. Già altri tentativi eransi fatti in questo senso, ma senza successo. Infine si risolse di assalirlo di fronte, come fece Louvel contro il duca di Berry. Il giorno destinato all'ardita operazione fu il 23 luglio [1826], giorno sacro a sant'Apollinare, protettore di Ravenna, la quale in tale fausto incontro offriva nella sera della festa un'accademia di suono e di canto nella sala del Teatro, ove l'istituto era eretto, ed alla quale doveva intervenire il Legato; e si stabilí di assalirlo nell'istante che ritornava al palazzo. Ma non si trattenne che poco; e quando uscí, gli accessi della sala rigurgitavano di gente ivi raccolta per intendere la musica: onde convenne rinunziare al colpo, e i cospiratori seguirono la carrozza, che lo trasportò nel Corso in casa di Gabriele Rasponi. A chi stava l'eseguire l'operazione, si pose in agguato nell'angolo piú oscuro del portone di casa Loreta, ora di Clemente Triossi, la quale viene ad essere dirimpetto a quella di Rasponi, ed ivi attese impavido il momento opportuno. Quando il Legato si mosse alla partenza, scesero sulla porta i servitori di casa con torcie accese, il comandante di piazza che era presso il Rasponi e l'ordinanza del medesimo, con altri inservienti. Chi stava in agguato corse allo sportello opposto a quello in cui il Legato doveva ascendere, contro il primo che pose piede in carrozza esplose un colpo di pistola, ritenendo che fosse il Legato; ma invece era il di lui segretario, il canonico Muti. L'ordinanza del comandante di piazza corse dietro a colui che vide fuggire; ma presto lo perdé di mira. Il canonico restò gravemente ferito e venne ricondotto in casa Rasponi; si è sempre detto che la di lui morte avvenuta piú tardi fosse l'affetto di quella ferita. Si pregò pure il cardinale a non muoversi per timore di un altro assalto; ma volle partire ad ogni costo. Mi ricordo che io passeggiava nella piazza col tenente di guardia, quando s'intese venir con impeto insolito il legno del Legato; del che il tenente sorpreso corse al suo posto, e si permise di chiedere: «Havvi qualche novità, Eminenza?» — «Niente, niente han voluto salutarmi con una schioppettata», rispose; e scese nel suo appartamento, nella di cui cappella orò tutta la notte, facendo vóto di erigere un altare nel Suffragio per l'ottenuto scampo. Fu in breve richiamato in Roma, ove gli fu conferita l'alta dignità di prefetto delle acque: cosí il Mongibello tuffato nelle acque non poté piú vomitar fiamme.
[XIII.] Or comincia una nuova dolente istoria. Il papa all'annunzio dell'attentato contro Rivarola, un cardine della Chiesa, s'infierí come una iena, e risolse che a Ravenna venisse tolto il privilegio di capoluogo di provincia, e fosse scomunicata, cioè subissata nel mezzo dell'inferno. Intanto elesse una Commissione speciale mista [22 agosto], composta di persone di provata affezione al Governo, della quale ebbero la direzione un prelato di nome Invernizzi e un colonnello dei gendarmi chiamato Ruvinetti, onde si cominciò a dire in paese: «o Ruvinetti ruina Ravenna, o Ravenna ruina Ruvinetti». La Commissione assunse in breve il suo ufficio [11 settembre] che era quello di scoprire gli autori dell'attentato di Rivarola e di alcuni altri dello stesso genere rimasti occulti. La Commissione s'insediò nel palazzo Baronio, e fu per caso che riuscí a conoscere la via da tenersi per arrivare all'indicata scoperta; ed ecco il caso. Due individui s'azzuffarono presso il corpo di guardia ed uno di essi tirò fuori un lungo coltello, onde i soldati ivi di stazione lo arrestarono e lo condussero in carcere. L'arrestato aveva intrinseci rapporti con Stefano Piavi, impiegato negli uffici del genio civile, membro dell'alta Carboneria e presidente della società della Speranza, il quale aveva piena contezza dei fatti avvenuti. L'arrestato espose ad Invernizzi che se lo rimetteva in libertà gli avrebbe additato come regolarsi nella ricerca intrapresa; e da quanto espose su quel che aveva appreso si ebbe modo da avanzare le investigazioni. Pare che il Piavi, conosciuto l'operato del suo amico, sopranominato, credo, Patanina, si presentasse da sé all'Invernizzi, e dietro l'assicurazione che sarebbe lasciato illeso, spiegasse tutta la tela che era stata in allora tessuta. Certo si è che il Piavi non fu mai menomamente molestato, sebbene gravemente compromesso in gravi affari. La Commissione non istette lungo tempo a Ravenna, ed avendo saputo che tentavasi di minare le cantine che son dietro il palazzo Baronio, lo sgombrò e andò a stabilirsi in Faenza.
[XIV.] Non si tardò a vedere l'effetto delle dichiarazioni del Patanina, confermate dal Piavi, mentre alcuni mesi dopo arrestarono Gaetano Rambelli ed altri di seguito senza posa. Non essendo le carceri ordinarie di piazza sufficienti a contenere tutti gli arrestati, se ne eressero delle straordinarie nell'ampio convento di San Vitale, e i detenuti vennero affidati in custodia ai gendarmi che avevano piantata la lor caserma di qua e di là degli spaziosi corridori di quel convento.
[XV.] Il giorno 3 ottobre 1827 venne il mio turno, e nel mentre che io transitava per la piazza per recarmi al mio ufficio, verso le dieci antimeridiane, un maresciallo colla scorta di alcuni dei suoi m'intimò l'arresto: lo seguii senza batter parola. Avevasi accesso nelle carceri pel portone ora murato, che vedesi presso la porta piccola della chiesa di San Vitale. Giunto in ufficio, mi si usò una perquisizione la piú minuziosa, indi fui condotto nel camerino assegnatomi: era umido, senz'aria perché era coperto quasi interamente con un assito il vano della finestra; la sentinella di fazione vi teneva di continuo gli occhi addosso al detenuto, e se scostavasi un momento dal centro della camera lo obbligava a ricomparirvi. Un tormento indicibile veniva poi nell'estate a chi ivi era rinchiuso, a causa del lumicino a olio, che tenevasi acceso presso lo sportello della porta onde la sorveglianza non venisse mai meno. Non pochi poi erano i gendarmi zelanti di guardia, che quando scorgevano che dormivate, facevano rumore dallo sportello per svegliarvi. Concedevansi qualche volta libri da leggere e lo stramazzo. Quando fui posto in carcere, io era gravemente ammalato; onde fu d'uopo chiamare il medico. Sentivo bene che il mio male era prodotto da infiammazione, pure egli mi ordinò della china. Per fortuna fece un effetto contrario a quello che gli è proprio, e mi serví di un purgativo efficacissimo. Sgombro di ogni materia fecale, ripresi energia, e quel che piú interessa, appetito. Il trattamento delle carceri era eccellente; buona minestra, scelto alesso, una seconda pietanza, frutta, buon vino e pan bianco: ecco l'ordinario di ogni mattina; nella sera una nuova pietanza con insalata, pane e vino come al mattino. Mi ricordo che, quando mi fu chiesto se volevo il pranzo e che intesi proseguirsi lo stesso trattamento, rinunziai all'offerta. L'umidità assorbita nell'inverno mi sviluppò in primavera la rogna e foruncoli senza fine; ma non feci ricorso per alcun medico, e lasciai che si sfogassero a bell'agio, e feci bene. Colpito un giorno da rumore, come mosso da allegria che dalla camera che mi era dirimpetto sorgeva, vidi diversi dei piú noti settari e dei piú compromessi uniti insieme, che se la passavano molto bene. E come ciò arriva? dissi io fra me, e concepii su loro sinistri sospetti, che piú tardi potei verificare. Cosí pure ogni sera all'ora di notte chiudevasi lo sportello pel passaggio di un detenuto, e trovatolo una sera socchiuso, mi vi accostai tanto da poter ravvisare l'individuo: era il dottor Mazzoni, che ogni sera vestito da gendarme conducevasi dalla moglie.