«Ma certamente, Cart.» Gli occhi di Dakin si posarono su Frank Lloyd. «Buonasera, signor Lloyd.»

«Buonasera a lei» borbottò Lloyd. «Non potrei andar fuori dai piedi?»

«Preferirei di no» rispose Dakin con un sorriso di scusa. «Grazie. Ora veniamo a noi. Come diavolo è stato che la sorella di Jim Haight ha ingoiato del veleno per topi?»

Carter Bradford e il dottor Willoughby glielo dissero. Il signor Queen, seduto in un angolo, osservava, ascoltava, e pensava quanto un certo poliziotto di New York assomigliasse al capo Dakin di Wrightsville. Quell’aria pacata e autorevole… Dakin ascoltava rispettosamente le voci agitate dei suoi amici; poi i suoi occhi si posarono tre volte sulla persona del signor “Smith”, e questi si fece piccino piccino.

«Capisco» disse infine Dakin annuendo. E si diresse lentamente verso la cucina.

«Non posso crederci» gemette improvvisamente Jim Haight. «È un incidente. Come può essere finita nel bicchiere quella roba? Forse qualche ragazzino… dalla finestra. È uno scherzo! »

Nessuno gli rispose, e Jim fece schioccare le dita e fissò con gli occhi sbarrati i giornali stesi sul sofà. L’agente Brady, con la faccia color mattone, entrò un po’ affannato, cercando di non far vedere che era sulle spine.

«Ho ricevuto una chiamata» annunziò, senza rivolgersi a nessuno in particolare. «Perdinci.» Si diede una lisciatina, e raggiunse il suo capo in cucina.

Quando i due funzionari riapparvero, Brady portava numerose bottiglie e bicchieri. Scomparve col suo carico, e poco dopo ritornò a mani vuote. In silenzio, Dakin gli indicò i vari bicchieri vuoti del salotto. Brady li raccolse uno per uno, deponendoli nel suo berretto d’uniforme; li maneggiava delicatamente, prendendoli per il bordo, e li disponeva nel berretto come fossero uova di piccione.

«È per le impronte digitali» spiegò Dakin, parlando apparentemente al caminetto. «Non si può mai dire. Poi si deve fare l’esame chimico.»