«Che cosa posso fare?» domandò il Procuratore Distrettuale con voce strozzata.

Poi si avvicinò al telefono, compose un numero e chiese del Capo della Polizia Dakin.

Parte terza

I

Incubo

In tutte le case della collina si stava ancora festeggiando l’anno nuovo, quando il capo Dakin balzò fuori dal suo macinino e corse su per il vialetto di casa Haight, sotto le vecchie stelle del nuovo millenovecentoquarantuno. Il capo della polizia annuì tra sé: era molto meglio. Nessuno si sarebbe accorto che qualcosa non andava. Dakin era sottile, nervoso; sembrava un contadino e aveva due occhi opachi, divisi da un grosso naso tipicamente americano. Assomigliava a una vecchia tartaruga finché non ci si accorgeva che la sua bocca era la bocca di un poeta. Nessuno a Wrightsville se n’era accorto, eccetto Patricia Wright e forse la signora Dakin, per la quale il capo della polizia riuniva in sé i migliori aspetti di Abramo Lincoln e del Padreterno. La chiamata telefonica di Carter Bradford l’aveva interotto nel bel mezzo di un’allegra carola inneggiante al nuovo anno, cantata in coro coi familiari.

«È veleno» fece Dakin in tono asciutto, rivolgendosi a Carter Bradford, al di sopra del cadavere di Rosemary Haight. «Mi pare che abbiate esagerato un po’ nei festeggiamenti di capodanno, questa volta. Di che specie di veleno si tratta, dottore?»

«Arsenico. Uno dei composti, ma non saprei dire quale.»

«Veleno per topi, vero?» Poi il capo della polizia soggiunse lentamente: «Immagino che questo bel pasticcio metta il nostro Procuratore Distrettuale nei guai; che ne dice, Cart?».

«Altro che! Tutti gl’indiziati sono miei amici.» Bradford tremava. «Dakin, mettiamoci all’opera, per amor del cielo.»