«Oh, vada al diavolo!» sbottò il medico e partì di corsa su per le scale.
Dankin rimase immobile al centro della stanza, con la cappelliera di Nora in una mano e il libro di tossicologia di Jim nell’altra. Poi sospirò e disse: «Non è colpa mia! E adesso si aggiungono queste tre lettere e questo libro…»
«Dakin…» fece Ellery Queen.
«Queste tre lettere» proseguì Dakin «praticamente chiudono il caso. Quello che non capisco è come mai si trovavano nella cappelliera della signora Haight. Non capisco…»
«Possibile che non capisca?» piagnucolò Pat. «Le pare che Nora avrebbe tenuto quelle tre lettere se avesse pensato che Jim voleva avvelenarla? Perché siete tutti così stupidi?»
«Allora voi due sapevate delle lettere!» esclamò Dakin. «Capisco. Signor Smith anche lei è dentro fino al collo. Non la biasimo, certo, so il significato della parola amicizia. Io non ho niente contro Jim, o contro i Wright… ma devo accertare dei fatti. Se Jim è innocente, non sarà condannato…»
«Se ne vada, per favore» disse Ellery Queen.
Dakin scrollò le spalle e lasciò la casa. Era in preda all’ira e all’amarezza.
Alle undici di mattina del quattordici febbraio, festa di S. Valentino, quando tutta Wrightsville rideva divertita delle cartoline comico-sentimentali che si spediscono in quell’occasione, e mangiava canditi a forma di cuore, il capo della polizia Dakin si fermò alla casetta sulla collina in compagnia dell’agente Gobbin e fece un cenno all’agente. Gobbin bussò alla porta. Nessuno venne ad aprire. Dopo pochi istanti di attesa i due entrarono in casa. Trovarono Jim Haight che russava sul divano della stanza da pranzo, in una confusione di sigarette, di bicchieri sporchi e di bottiglie vuote. Dakin scosse Jim gentilmente e alla fine il giovane ebbe un sussulto. I suoi occhi erano rossi e vitrei.
«Che cosa…»