«Aveva davvero intenzione di avvelenare Nora?» Sembrò che il prigioniero non avesse nemmeno udito la domanda. «Lei sa, Jim, che quando un uomo è colpevole di un delitto, è meglio che dica la verità ai suoi amici e al suo avvocato; e quando non è colpevole, è un vero delitto se non parla.» Jim continuava a tacere. «Come può aspettarsi che la sua famiglia, i suoi amici la aiutino, se non si aiuta da solo?»
Jim mosse le labbra. «Che cosa ha detto, Jim?»
«Nulla.»
«E in questo caso» fece Ellery vivamente. «Il delitto del suo silenzio non colpisce tanto lei quanto sua moglie e il bambino che deve nascere. Come può essere tanto stupido o tanto testardo da voler trascinare anche loro alla rovina?»
«Non ho detto questo!» gridò Jim con voce roca. «Se ne vada! Non le avevo chiesto di venire! Non avevo chiesto al giudice Martin di difendermi! Non avevo chiesto nulla! Volevo soltanto restarmene solo!»
«È questo che devo dire a Nora da parte sua?» domandò Ellery.
C’era una tale infelicità negli occhi di Jim mentre si sedeva ansante sull’orlo del pagliericcio, che Ellery andò alla porta e chiamò l’ufficiale di servizio.
C’erano tutti i segni della colpevolezza. La codardia, la vergogna, la pietà verso se stesso… ma c’era anche qualche altra cosa, quella testardaggine, quell’ostinazione assoluta di non parlare, come se il dire una parola costituisse un grave pericolo…
Mentre Ellery seguiva la guardia lungo il corridoio di cemento, ebbe l’impressione che per un momento nel suo cervello s’accendesse una luce abbagliante. Si fermò di botto e il vecchio Wally si voltò sorpreso. Ma poi il signor Queen scosse la testa e riprese il cammino. Già c’era quasi arrivato… per pura divinazione. Forse la volta prossima…
Davanti alla porta di vetro smerigliato al secondo piano del palazzo di Giustizia, Pat si fermò e trasse un profondo respiro.