«Lasci perdere quello che credo io» ritorse Pat. «Però deve sapere che c’è una raccolta di fotografie di scrittori nella biblioteca Carnegie. La signorina Aikin dice che il suo ritratto manca.»

«Perché non sono ancora abbastanza famoso» spiegò Ellery.

«È quel che le ho detto io. La mamma è andata su tutte le furie al solo pensiero che lei non sia famoso, ma io le ho detto: “Mamma, che cosa ne sappiamo?” Poveretta, non ha chiuso occhio tutta la notte.»

Risero assieme, poi Ellery disse:

«A proposito: come mai non ho ancora fatto la conoscenza di sua sorella Nora? È malata?»

Pat diventò improvvisamente seria.

«Nora?» ripeté con voce atona. «No, sta benissimo. Ci vediamo più tardi, signor Smith.»

Quella sera Hermione diede un ricevimento intimo in onore dell’ospite illustre. C’erano soltanto il giudice Martin con la moglie Clarice, il medico Willoughby, il giornalista Frank Lloyd, Carter Bradford e Tabitha Wright, unica sorella vivente di John. Tabitha era la più altezzosa e la più formalista della famiglia Wright e non aveva mai “accettato” completamente la cognata Hermione. Lloyd e Bradford parlavano di politica, ma erano entrambi distratti. Carter lanciava continuamente occhiate velenose verso Pat ed Ellery seduti in disparte sopra un divanetto, mentre Lloyd guardava di continuo verso la scala del vestibolo.

«Frank aveva un debole per Nora, prima che arrivasse Jim» spiegò Patricia. «Non gli è ancora passata. Quando Nora s’innamorò di Jim Haight, non sapeva darsi pace.» Ellery osservò il giornalista, grande e grosso e un po’ scimmiesco, e pensò che poteva essere un pericoloso avversario. I suoi occhi infossati parevano d’acciaio. «Quando poi Jim ha piantato in asso Nora, Frank ha detto…»

«Che cosa?»