«L’accusa dimostrerà che James Haight aveva un disperato bisogno di soldi, che negli ultimi tempi, quando era ubriaco, chiedeva alla moglie somme sempre più forti e che per altro lei gli rifiutava; che James Haight perdeva al gioco e che alla morte di Nora Haight lui solo avrebbe ereditato il suo patrimonio.»
«L’accusa» concluse Bradford con voce così bassa, che quasi non lo si udiva «essendo convinta senz’alcun dubbio possibile della colpevolezza di Jim Haight, chiede che il colpevole paghi con la propria vita la vita che ha distrutto.»
Fin dal primo momento Ellery comprese il piano del giudice Martin: seminare dubbi, dubbi, dubbi. Senza perorazioni, senza retorica: con tranquillo umorismo. Era come la voce della ragione… insinuava, sottolineava. Ellery comprese anche che il giudice Martin aveva ben poche speranze.
Lo si vide subito durante l’interrogatorio di Frank Lloyd. Al giornalista editore, il giudice Martin prestò una particolare attenzione. Il vecchio avvocato riuscì a fargli ammettere la relazione che lo legava alla famiglia Wright… e la sua “particolare” relazione con la moglie dell’accusato. Frank non poté negare che era stato innamorato di lei, di averla minacciata quando aveva preferito Jim Haight. Aveva persino minacciato Jim Haight di fargli del male.
Così Frank Lloyd perse valore come testimone dell’accusa. E i dubbi aumentarono ancora. Con la famiglia Wright, che fu costretta a salire sul banco dei testimoni, il giudice Martin fu molto impersonale, e seminò altri dubbi. Sui fatti, questa volta. Nessuno aveva realmente visto Jim Haight mettere l’arsenico nel cocktail. Nessuno poteva essere sicuro…
Nonostante tutto, però, l’accusa faceva progressi, e, quantunque il giudice Martin si battesse come un leone, Bradford riuscì a stabilire che Jim era stato l’unico a preparare le bibite; che solo lui aveva avuto l’occasione di avvelenare il cocktail di Nora, la vittima prestabilita.
Subito dopo depose l’avvocato del nonno Wright. Questi affermò che Nora aveva ricevuto centomila dollari all’atto del suo matrimonio.
Seguì la testimonianza di cinque periti calligrafi, i quali, nonostante il rigoroso contro-interrogatorio del giudice Martin, furono d’accordo nel dichiarare che le tre lettere incriminate erano state scritte dall’accusato. Salì poi sul banco dei testimoni Alberta Manaskas, che sbalordì tutti per la sua insospettata acutezza d’osservazione. Per mezzo suo, Carter Bradford riuscì a stabilire che, come aveva predetto la prima lettera, Nora era stata poco bene l’ultima domenica di novembre; a Natale era “stata male” in modo ancora più allarmante.
Il giudice Martin afferrò la palla al balzo.
«È stata male… Alberta? Male, come?»