«Siamo usciti insieme, Bill ed io, sabato sera. Bill m’ha detto qualcosa a proposito di non farci vedere, perché forse non era legale; così siamo andati in un ritrovo notturno di Slocum che lui conosce. Da allora ci siamo tornati tutte le sere. Io gli ho detto che Jim era colpevole, e Bill mi ha dato ragione; lui pensa che…»
«Vostro Onore» cominciò il giudice Martin con voce terribile.
«Eli Martin, se la sua reputazione non fosse… io penserei… Ohi, laggiù! Ketcham numero sette! In piedi!»
Il grasso Bill Ketcham, l’assicuratore, cercò di obbedire, ma ricadde a sedere. Finalmente riuscì a rizzarsi, e rimase in piedi oscillando leggermente.
«Bill Ketcham, è vero che ha trascorso tutte le sere, da sabato in qua, in compagnia di questa signorina? Le ha veramente promesso d’influenzare gli altri giurati…? Usciere! Dakin, prendetelo!»
Ketcham fu afferrato nella corsia principale mentre tentava di guadagnare la porta, dopo aver fatto lo sgambetto a due colleghi giurati. Quando fu trascinato davanti al giudice, cominciò a balbettare:
«Io… io non credevo di far niente di male, signor giudice. Io non mi sono reso conto, signor giu… giudice. Io giu… giuro che tutti sanno che quel figlio d’un cane è colpevole…»
«Fermate quest’uomo» mormorò il giudice Newbold. «Usciere, metta dei piantoni alle porte. C’è una sospensione di cinque minuti. Il resto dei giurati deve rimanere dove si trova. Nessuno dei presenti lasci l’aula.»
Il giudice Newbold si diresse verso il suo spogliatoio.
«Questo» disse il signor Queen mentre aspettava «capita quando non si tengono richiusi i giurati. Capita anche» soggiunse, fissando la signorina Patricia Wright «quando i ragazzini senza cervello s’impicciano degli affari dei grandi.»