«Lo so» assentì l’investigatore con dolcezza «ma parli ugualmente. Dica qualsiasi cosa: le farà bene.»

«Parlare…» la voce di Pat era amara. Aveva gli occhi pieni di lacrime. «Perché no? Ma sono così confusa. Nora è là… il suo bambino sta per nascere… e Jim è in prigione a pochi passi da qui. Guardi papà e mamma in quell’angolo: stanno seduti come due vecchi… Ellery, sono vecchi. »

«Sì, Patty» mormorò Ellery.

«Pensare che eravamo tanto felici, prima. Se io e Nora non avessimo deciso di arredare il nuovo studio di Jim… se io non avessi aperto quella cassa di libri!»

«Quale cassa di libri?» domandò Ellery sorpreso.

«L’avevo portata di sopra io stessa. Quando la roba di Jim era arrivata da New York, l’avevamo messa tutta in cantina. Pensi… se io non avessi aperto quella cassa? Se non avessi trovato, non so, il martello o il cacciavite… se avessi aspettato una settimana, un giorno, anche solo un’altra ora… Ellery, ma che cosa c’è?»

Il signor Queen era in piedi, immobile, col volto contratto. E sembrava la statua dell’ira.

«Lei mi sta dicendo» sibilò con calma minacciosa «che quei libri, quelli che Nora ha lasciato cadere, non facevano parte della collezione che stava sullo scaffale del salotto?» Scrollò la ragazza con violenza, e Pat fece una piccola smorfia di dolore. «Pat, risponda. È sicura che quella cassa veniva dalla cantina?»

«Naturalmente, ne sono sicurissima» rispose Pat, tremante. «Che cosa le succede? Era una cassa inchiodata; l’ho aperta io stessa. E pochi minuti prima che lei arrivasse, ho riportato la cassa vuota in cantina insieme con gli arnesi e a una quantità di chiodi storti.»

«È… fantastico» sospirò Ellery, e si lasciò cadere pesantemente sopra una seggiola. Pat era sbalordita.