—Sicuramente io riescirò ignoto alla signorina quantunque abbia l'onore di coabitare seco lei in questa medesima casa; incolperò solo il suo metodo di vita oscuro e solingo che non le permette tampoco di fare la conoscenza de' suoi umilissimi vicini. Mi permetta adunque che io mi presenti da me stesso in mancanza di persone all'uopo incaricate. Signorina, io sono il maggiordomo segretario dell'illustrissimo signor conte nostro padrone!
Erminia s'inchinò e disse:
—In che cosa io posso servire il signor maggiordomo segretario?
—Un po' per volta. Io conosco troppo le regole dell'incivilimento, e della galanteria per saltare d'un tratto a modo di locusta, nel centro della questione. Mi conceda adunque che per ora io la inviti ad assidersi. Prego, signorina, s'accomodi.
E le sporse galantemente una sedia.
Erminia oltremodo infastidita tornò a sedersi al suo tavolino e siccome Nicodemo pareva volersi porre al di lei fianco ella gentilmente gli mostrò un ottomana che le stava di fronte.
Il maggiordomo dovette rassegnarsi.
Tossì il buon uomo e si spurgò il naso, intanto mulinava in mente il modo di impiantare una conversazione. Finalmente incominciò.
—La signorina stava leggendo se non erro?
—Appunto signore, rispose asciutto.