Nicodemo si scosse e rispose:

—La signorina ha ragione. Ora che il cappello della conversazione è fatto noi possiamo con diritto procedere innanzi. Prima di tutto mi lasci premettere che quello che lei udrà dal mio organo vocale è cosa notoriamente pubblica a' suoi genitori e che anzi io ebbi da loro preventiva e formale autorizzazione a parlargliene. Si tratterebbe insomma d'un matrimonio e siccome, dico… è mio carattere la franchezza così le parlerò senza tanti ambagi; d'un matrimonio, dico… tra me e lei.

Erminia trasalì; volle credere tutto questo una burla di cattivo genere ed indignata stava per scacciare Nicodemo dalla sua presenza ma questi non gliene lasciò il tempo e continuò senza punto sconcertarsi.

—Lei è giovine e bella ed io pure; lei ha avuto dell'educazione ed io occupo un posto culminante nella società, dunque non sembriamo nati apposta per conjugarci? Veramente a dirle il vero questa non fu la mia prima intenzione. Io mi era invacchito della Marta, la camerista dell'illustrissimo signor conte e l'amava, dico… come l'asino ama il fieno. Avevo fissato di sposarla allorquando i parenti della signorina mi parlarono di lei. Alla buona come usano di solito con me mi dissero che per loro sarebbe stato un onore poter combinare un matrimonio fra noi due ed io ci pensai sopra. Ha messo al confronto la signorina con Marta ed ho trovato lei molto più meretrice; mi sono risolto adunque al gran passo. Eccomi qua in attesa d'una sua parola che sancisca tutto. Dica pure francamente come ho detto io, se le vado a sangue, come credo, non abbiamo che a trascegliere il giorno delle nozze. In quanto alla dote non sono tiranno io; soldo più, soldo meno non sarà quello che guasterà le uova nel paniere. D'altronde ho il mio impiego, esso può bastare a noi e ad un pajo di bambini se la signorina me ne vorrà regalare.

Questa seria proposta fatta nel modo il più comico mondo cadde sullo spirito di Erminia come un fulmine a ciel sereno; non si poteva più crederla uno scherzo dal momento ch'ella vi vedeva impegnato il nome de' suoi parenti. Pur troppo quella buona gente nella loro ingenua semplicità traviati per così dire dall'amore sviscerato che portavano alla figliuola, l'avevano avvilita credendo preparare la di lei felicità.

Ma come mai la povera Erminia poteva cancellare dal cuore quella soave memoria, quel vergine ricordo che indelebilmente lasciogli colui che primo la invitò ai godimenti puri d'un santo amore?

Come obbliar Flavio per sempre, egli ch'era l'unico suo conforto nella penosa prostrazione morale in cui stava totalmente immersa ed obbliarlo per sacrificarsi ad un uomo che non avrebbe amato mai, che solo le inspirerebbe disgusto, antipatia, odio?

Eppure era una cosa combinata dai parenti; vi aveva preso parte sua madre ch'ella tanto amava e che nondimeno involontariamente aveva cotanto afflitta.

Con qual coraggio arrecarle un nuovo dolore?

Tutti questi pensieri invadevano la mente dell'infelice giovinetta come un fiume che rotto gli argini si versa devastatore nelle sottoposte campagne.