—Ma chi?

—Erminia.

—Oh, perchè non l'ho veduta!…

—L'amate ancora adunque?

—Se l'amo!

Ed in queste parole eravi concentrato tutto quanto sa esprimere di più caro, di più intimamente affezionato.

—Eppure vi ho detto che non avreste potuto mai farla vostra!

—È vero, ed allora ho creduto senza pure domandarvene la ragione; è strano, pareva che m'avesse parlato mio padre istesso, ch'egli in persona mi dissuadesse dal mio amore. Ho cercato infatti di dimenticarla; tutto tentai, e novelle passioni e bagordi e viaggi, ma la bella immagine della mia Erminia avevo sempre dinanzi a me raggiante di celestiale candore. Soffriva, m'indispettiva con me stesso, avrei voluto strapparmi il cuore dal petto, e forse allora solo sarei riuscito frenarne i palpiti. Ma mi stancai d'una vita di sacrifici continui, compresi che la mia felicità dipendeva da quella fanciulla, e mi diedi a cercarla per farla mia ad ogni costo. L'avrei disputata al mondo intero. Corsi a Monza dalla Direttrice dal Collegio, le mostrai le mie oneste intenzioni e la pregai colle lagrime agli occhi a dirmi dove poteva rinvenire Erminia. Ma quella donna si ostinò in un silenzio incomprensibile. Ritornai mesto ma non iscoraggiato, ed incominciai a Milano le mie ricerche; ma esse furono sempre vane. Oh, se voi la conoscete, parlate, toglietemi ve ne scongiuro, da un isolamento troppo penoso. S'io sono indegno di possedere quell'angelo, il suo amore mi nobiliterà, mi sagrificherò tutto intiero a lei, tutto porrò ai suoi piedi, le mie ricchezze, i miei titoli….

—Voi siete nobile e ricco, interruppe Gervaso commosso, ecco l'unico ostacolo che si frappone al vostro amore; disgraziatamente ella non vi è pari in nascimento.

—E che m'importa?