—È vero.

—Renato senza mezzi di fortuna, che tutte le sue ricchezze erano passate nelle avide casse del dispotico governo, si recò in Ispagna colla giovine moglie ed un bambino ch'essi adoravano. Ma le incresciose peripezie dell'esilio trassero il povero conte ad una morte immatura.

—No, v'ingannate, esclamò Flavio commosso ad un tempo e sorridente, voi pure versate in un errore che noi trovammo con gran sorpresa assai diffuso al nostro ritorno in patria. Chi ho perduto in Ispagna nei tristi anni dell'esilio fu mia madre… eterno riposo a quella santa donna! Mio padre seppe con forte animo sopportare l'immeritata punizione; io bambino ancora m'avvezzai al dolore ed ingrandii rassegnato. Fintantochè Napoleone con uno di quei tratti di giustizia che improntano la sua luminosa carriera ci richiamò in Italia restituendoci gli aviti beni.

—Qual dubbio mio Dio, qual dubbio! mormorò Gervaso.

—Dell'infelice mio zio non avemmo più notizie, proseguì Flavio. S'egli sapesse che i tribunali sono autorizzati a ritornare sul suo passato, forse provocherebbe un processo, che io non posso crederlo colpevole.

—E non lo sarà, ma come provarla la sua innocenza! esclamava Gervaso con un grido d'angoscia, ma continuò tosto colla primitiva calma:

—E vostro padre non annuirà mai, voi dite, al vostro matrimonio?

—Lo temo, rispose il giovane abbattuto.

—Gli parlerò io.

—Voi?