Siamo nel mese di Novembre.

Una vettura uscendo da Porta Orientale si pone sulla strada che conduce a Melzo.

Vi stanno rinchiusi due uomini avvolti in ampi mantelli.

Chi li esamina attentamente comprende quanto sia diversa la loro disposizione d'animo.

Nei lineamenti del più attempato leggesi la calma e la serenità soave d'un uomo la cui coscienza gli vanta l'opera ch'egli corre a compiere.

Il più giovine invece è in preda ad un turbamento che tradisce di tanto in tanto con smorfie ridicole.

Sembra seduto sopra un letto di aculei che lo obblighino ad ogni istante contorcersi dolorosamente e mutar posizione.

Ora guarda i campi, ora il volto del compagno e con due occhi da spaventato.

Più d'una volta aprì la bocca per parlare ma la parola gli muore sulle labbra; finalmente si risolve, finge un accesso di tosse per richiamare l'attenzione dell'amico ed incomincia:

—Sicchè adunque, caro papà Gervaso, m'assicurate che dal canto mio non corro incontro ad alcun disastro assistendo in qualità di padrino al vostro duello. Mi capirete che quando si trova ne' miei panni non si può tanto leggermente lasciarsi travolgere in un affare, per esempio, di polizia ed insudiciare quella fame, che si è sempre cercato mantenere, dico… linda e pura d'ogni macchia. A dirvi il vero avreste fatto molto meglio in questa circostanza rivolgervi ad un'altro e lasciarmi in pace, che di duelli, di questioni d'onore e che so io, non me n'intendo assai. Ma ora quel che è fatto è fatto, sarò vostro padrino, purchè m'assicuriate che la polizia non ci ficchi il suo naso.