Sbarrò gli occhi quasi per bearsi nell'ecatomba consumata, ma Gervaso era ancora al suo posto, che gli fissava in volto uno sguardo più di compassione che di rancore.
La palla sviata erasi perduta nel grosso tronco d'un albero.
—Dio non ha voluto, mormorò il conte.
In questo, mentre un uomo slanciasi correndo dal folto degli alberi e con lena affannata viene a gettarsi sul corpo del caduto.
È Flavio Sampieri.
—Padre mio, grida il giovine soffocato dall'angoscia e gli solleva il volto sul quale stanno già scolpite le impronte della morte.
Il conte sembra riconoscerlo e la sua bocca si atteggia ad un pallido sorriso.
—Troppo tardi! prorompe il giovine colle lagrime agli occhi; oh, è orribile!
Lo sguardo di Flavio si ferma su Gervaso; le lagrime in allora gli si inaridiscono sulle ciglia, un'espressione di dolorosa sorpresa gli si diffonde sul volto.
Tende il dito verso Gervaso ed esclama con voce straziante: