Guai se il destino provava con fortunosi avvenimenti quella debole natura; simile alla canna del deserto si sarebbe spezzata al primo vento che l'avvolgeva ne' suoi turbini.
Adorava sua madre per un forte bisogno d'essere amato, divideva seco lei le sue gioje, versava sul di lei seno le sue lagrime—non volendo conoscere altri piaceri che quelli dello studio, altre affezioni che quelle pure, ineffabili della famiglia.
Alberto invece era l'antitesi del fratello.
D'animo virile, di natura energica, inquieta, attiva, possedeva tali qualità che ben regolate l'avrebbero fatto degno del nome di suo padre, ma che invece il mal'esempio di cattivi compagni le guastò.
Trascurava gli studi per la ginnastica, la scherma ed il cavallo e crescendo di forze crescevano in lui i germi della corruzione.
Troppo debole era il freno che poteva imporgli la madre perchè egli non lo rompesse e si facesse arbitro delle sue azioni.
Passarono otto anni.
La vedova contessa Sampieri affranta dalle infermità d'una costituzione viziosa rendeva santamente l'anima a Dio.
Renato ne pianse la perdita ed allorquando il tempo ebbogli guarito il lutto del cuore, seguendo le proprie inclinazioni s'unì in matrimonio con una giovinetta di nobile casato milanese e stabilissi nella casa de' suoi parenti.
Alberto invece divenuto coll'età superbo e malvagio chiese al fratello la parte spettantegli dell'asse paterno e ricco di vari milioni ritirossi in un palazzotto sul corso di Porta Tosa* ove circondato da servi corrotti menava una vita dissoluta e libertina rotto ad ogni eccesso, ad ogni turpe nefandità.