Da molte sale sortono in buon ordine schiere di educande, che percorrendo forse con una certa impazienza gli ampi corritoi, si raccolgono tutte nel cortile di fronte al cancello del giardino.

I loro occhi sono fissi in volto alla Direttrice, donna di molto sapere, di rigidi costumi e che ama le sue allieve d'amore materno; ed allorquando questa di propria mano, spalancando il cancello con dolce gesto le invita a ricrearsi, in allora la gioia prorompe, a sbalzi, quale gentili gazzelle, si disperdono pei verdeggianti prati.

E tutte corrono, ridono, folleggiano.

Chi con azzurra reticella insegue anelante la vispa farfalletta, finchè questa posando sul fiore, si lascia dolcemente cogliere al laccio di seta.

Chi scende, sale, ridiscende l'erbosa china colla leggerezza d'una
Silfide mozza donna e mezza nube.

Chi con agile piede corre pei lunghi viali in traccia dell'amica, che raggiunta le concede nascondersi ancora per ancora raggiungerla correndo.

Chi disposte in cerchia fanno a gara a raccorre la palla per lanciarsela poi con colpi gentili.

Chi con una benda agli occhi, le mani prostese in avanti s'ingegna afferrare la compagna, che colle compagne le fanno corona intorno martoriando con infantili sorprese la povera cieca.

E sempre correndo non s'arrestano neppure allorchè il piede incespicando, mal sa sostenere il gracile corpo, che cade sull'erba e sui fiori.

—Oh, come sono stanca! diceva affannata una vezzosa fanciullina di
circa dieci anni. Sapete, care mie, cosa dobbiamo fare adesso?
Coglieremo insieme margheritine e viole, e comporremo un bel serto.
Che ve ne pare?