—Signora, favellò papà Gervaso con qualche ruvidezza, mi dispiace il dirvi ch'io non sono per niente affatto del vostro parere; Erminia da un mese a questa parte si è di molto cambiata, ha perduto quella pace, quella giocondità d'animo che costituivano il suo bel carattere. Ci scrive certe lettere che fanno venire le lagrime agli occhi. Erminia non è più felice, soffre e gli è per domandarvene una spiegazione che son venuto da voi.
—V'assicuro ch'io so nulla di tutto questo, rispose la Direttrice sorpresa.
—Ah, voi sapete nulla, continuò Gervaso; ve lo dirò io il motivo: perchè quella povera fanciulla non ha la fortuna di essere nobile e ricca come tutte le sue compagne e voi la trascurate e per lei non avete cure. Ma non vi paghiamo forse puntualmente la sua pensione? Ed i nostri danari non valgono essi quanto quelli dei ricchi?
—Siate calmo, buon uomo ed ascoltatemi, disse la Direttrice coll'abituale sua dolcezza, ma il vecchio non lasciolla parlare e continuò:
—Voi non sapete che cosa sia quella fanciulla per sua madre, voi non avete figliuoli e non potete comprendere fin dove può arrivare l'affetto materno. La povera donna, vedete, non ha che un pensiero, sua figlia; che un desiderio, vederla felice. Si è fissata in capo di darle una splendida educazione, ed ecco perchè l'ha posta nel vostro collegio e per mantenervela Dio solo sa i sacrifici, le privazioni cui volentieri si sottomette. Ingannando quell'ottima madre sarebbe il più infame dei tradimenti.
—Ascoltatemi adunque, disse la Direttrice e questa volta con un moto d'impazienza. Allorquando cinque anni or sono la signora Paglini mi condusse qui Erminia perchè l'ammettessi nel novero delle mie educande, io le mostrai tutta l'inconvenienza d'un tal passo. Le dissi come in mezzo a nobili e ricche donzelle sua figlia non avrebbe potuto tenersi al coperto da certe umiliazioni; o che avvezzandola ad una vita comoda in eletta società un giorno forse avrebbe arrossito de' suoi poveri natali. La signora Paglini si mostrò ferma sempre nel suo proposito. Ma però, mi soggiunse, io non voglio che mia figlia venga umiliata dalle sue compagne, essa non deve soffrire nessun insulto, voi me ne sarete garante. Allora non v'ha che un mezzo, le risposi, quello di presentarla in Collegio sotto un falso titolo di nobiltà, ma guardate che in tal caso voi non potete più farvi vedere in questo luogo. Quella buona donna era pronta a qualunque sacrificio purchè potesse realizzare il suo desiderio. In quel giorno Erminia entrò nel mio collegio. Co' suoi talenti, col suo mite carattere si cattivò ben presto la mia affezione e la stima di tutte le sue compagne. Son cinque anni ch'ella è felice con me, ecco perchè mi meravigliano cotanto le vostre parole.
—Avete ragione signora, esclamò papà Gervaso dopo un istante di silenzio, voi foste per lei una seconda madre, perdonatemi, vi prego.
—Non ho nulla da perdonarvi buon uomo, piuttosto ditemi, siete ben sicuro d'un cambiamento nella fanciulla?
—Oh di questo non ci siamo ingannati, rispose il vecchio, io vi posso assicurare che qualche grave cura turba in questi giorni la pace di Erminia.
—Ebbene aspettate, io la farò venir qui e noi la interrogheremo insieme; è tanto sincero quell'angioletto che ci confiderà ogni cosa.