In quei giorni, cogli alleati alle porte e mentre il Senato convocavasi pel 17 aprile, per offrire la corona al Beauharnais, aumentavano le irrequietudini di un partito che si era dato un bel nome: quello degli Italici puri, ma che mancava di un vero e buon programma.... forse perchè italici, a quei tempi, non voleva ancor dire italiani.
Di questa fazione facevano parte uomini di non comune levatura, che si radunavano presso un noto avvocato, oriundo valtellinese, il Traversi, la cui moglie avida, intrigante, stizzosa contro la corte, a lei preclusa, aiutava il marito, vecchio ed astuto mestatore d'affari, volgare d'animo come d'ingegno.
In quelle sale, ove si voleva ad ogni costo un re italiano, ma dove, in attesa di inventarne uno, inconsciamente forse, si faceva il giuoco dell'Austria, bazzicavano i Bossi, i Cicogna, i Durini, i Fagnani, i Balabio, i Silva, Carlo Castiglioni, Luigi Porro e più raramente, perchè si teneva in disparte, Carlo Verri. E capo e despota di questo partito, voleva farsi anche l'aristocratico, l'altiero e il liberale — liberale d'idee, non di abitudini — Federigo Confalonieri, del quale conte Confalonieri, si diceva altresì che odiasse il Vicerè, perchè questi aveva osato ammirare oltre il segno la sua bellissima e castissima sposa.
Ed altre e ben meschine gelosiucce, altri ancor più bassi risentimenti, come per gradi e cariche non ottenute a corte e concesse invece ad ufficiali, erano forse le più gravi cagioni d'inimicizia contro il Beauharnais, specie nei giovani patrizi, fautori di una nuova dinastia, colla quale, più proficuamente, venire a patti. Volevano un altro padrone: o il re del Piemonte, o il re di Napoli, o il general Pino, o un patrizio lombardo d'alto nome, o alla peggio anche un re straniero.
Non mancavano i candidati di fuori: si parlava, ad esempio — tanto è grottesca la politica, veduta da lontano — del duca di Chiarenza, uno dei dodici figli del re Giorgio III d'Inghilterra; con che gli Italiani si sarebbero assicurata la protezione di lord Castlereagh, che a quei giorni faceva la pioggia e il sereno nell'orizzonte diplomatico d'Europa. — Tale era il funesto effetto della dominazione napoleonica, sorta con la fortuna e con la violenza di un uomo, che, al suo declinare, tutte le ambizioni pazzamente si sfrenavano in un campo rimasto vuoto a un tratto, e quasi in balìa di un nuovo fortunato occupante.
È facile immaginare come in un ambiente simile, fra tante correnti diverse, con tanti interessi in giuoco, trovassero la loro cuccagna gli agenti segreti, i provocatori, gli imbroglioni politici, le spie, specialmente austriache e inglesi!
L'Austria, però, aveva per sè, in Milano, fautori assai più abili ed efficaci dei soliti arnesi di polizia. Un tristo miscuglio di odii e di vendette contro il Beauharnais, e in genere contro la Francia, di ambizioni e di cupidigie personali, di servile ed ostinata devozione all'Austria, moveva a congiurare in favor suo gente formidabile per astuzia e malvagità.
Il posto d'onore tocca al marchese Filippo Ghislieri di Bologna, già consigliere aulico di Francesco I, poi relegato a Mantova, come spia austriaca, poi liberato dal Beauharnais: uomo turbolento, il quale da anni covava nell'animo, e sapeva celarla a tempo, la smania di riafferrare colla restaurazione dell'Austria, le ricchezze e gli onori perduti; abile parlatore, elegante, sarcastico, capace di tutto pur di riuscire.
Dopo la parte trista avuta negli eventi a cui siamo arrivati, un'altra ancor più trista egli doveva avere di poi, nel processo politico per cui furono condannati il celebre medico Rasori, il generale De Maister, i colonnelli Gasparinetti, Moretti ed altri, prime vittime dell'Austria rifatta padrona; e in fine dai padroni stessi disprezzato e gittato in un canto, doveva vestire l'abito fratesco, per morire in pochi mesi, dilaniato dai rimorsi.
Il Ghislieri era di nascosto a Milano, a riannodare — vestito ora da frate, or da contadino, or da giocoliere.... persino da donna! — i vecchi intrighi col conte Gambarana, col Mellerio, con Alfonso Castiglioni, intrinseco suo, e cogli altri sfegatati austriacanti, o, come erano detti, materialoni; e in quegli stessi giorni giungevano da Mantova il Vaccari e il Méjean per indurre il Senato a proclamare re il Beauharnais. Ma il conte Dandolo, al Senato appunto, presentava un decreto, il quale, anzichè l'offerta della Corona, conteneva per Eugenio una specie di benservito, e invano tentavano di opporvisi il Vaccari e gli altri Eugenisti e lo stesso ministro Prina.