Che orribile giornata quella del 20 aprile 1814! II cielo buio, caliginoso, la pioggia diaccia e fitta.

Prima ancora del mezzogiorno, intorno al Palazzo del Senato, si formavano capannelli di persone, per lo più ben vestite, che discutevano in tono iracondo, sfidando il maltempo che infuriava, sotto la tettoia mobile e sgocciolante degli ombrelli aperti, sbattuti dal vento.

Si aggiravano tra i gruppi parecchi nobili: — il conte Federigo Confalonieri, il Serbelloni, il Durini, il Silva, il ciambellano e consigliere di Stato Fagnani, e non pochi ufficiali della guardia civica.

«A misura che giungono le carrozze dei Senatori» narra il Verri, «qualcuno del gruppo salendo su di una scala tenuta in mano da un uomo d'alta statura, s'affacciava allo sportello gridando il nome del Senatore, e scoppiavano urli plebei e fischi contro quelli che nella seduta del 17 avevano sostenuto il Vicerè.» Si seppe poi esser colui il domestico d'un patrizio di parte austriaca.

E il Verri continua a narrare di essere stato egli stesso assai «plaudito» mentre infilava il portone del palazzo e d'aver udito, insistente, la domanda di convocazione dei collegi elettorali.

Non v'era a custodia del Senato che un picchetto di dragoni: della truppa, comandata dal generale Pino, nè allora presso il Senato, nè dipoi, durante l'imperversare del tumulto, nessuna notizia!

La soggezione del Pino a quei medesimi cospiratori che avevano assoldato i sinistri eroi della giornata, non avrebbe potuto apparire, nè più patente, nè più vergognosa.

Mentre il capitano Benigno Bossi, ammesso nell'aula, si offriva colla propria guardia civica a custodia del Senato, e i Senatori, per quanto non tutti compresi della gravità del momento, acconsentivano, la folla, col pretesto di volersi riparare dalla pioggia sotto i portici del cortile, vi irrompe, disarmando i dragoni che invano tentano opporvisi; spezza loro le spade, strappa loro la lettera N dalle divise e dagli elmi e prorompe in grida minacciose: «Non più francesi! Non più Vicerè! Costituzione! Indipendenza!»

I Senatori, intimoriti, sospendono la seduta, e il Verri si affaccia alla soglia per arringare la folla. «Ma quale non fu la mia sorpresa» — lasciamogli la parola — «nello scorgere totalmente mutata la qualità delle persone ivi affollate: al mio arrivo erano tutti cittadini nobili o almeno civili, colle loro ombrelle; invece vi trovai una sessantina d'individui del basso popolo, tutti a me sconosciuti. Chiesi più volte chi mi conoscesse, e pregai che qualcuno si avanzasse esponendo cosa volevasi. Ma fu inutile: la folla rimase immobile e muta: vidi figure che nulla presagivano di bene, bensì saccheggio e rapina.»

Saccheggio, rapina e strage! E la vittima era già designata nel ministro Prina.