Le grida, le imprecazioni feroci, gli urli di morte si fanno tremendi, fra il rintronare di colpi incessanti per abbattere la porta del palazzo dell'odiato ministro, che un cocchiere era stato in tempo a chiudere. Già da mesi, cartelli satirici si trovavano affissi di nottetempo ai muri di quella casa: «Da affittarsi: recapito dal dottor Scappa.» E altrove: «Prina, Prina, il giorno s'avvicina!»

E il Prina sapeva che si era detto di voler far la festa ai tre P delle finanze; cioè a lui, e a' suoi due segretari Pavesi e Pioltini. Durante le sue passeggiate a cavallo per le vie della città — narra il Cusani — era stato insultato, minacciato, ed anche gli era stato consegnato un biglietto anonimo, nel quale si avvertiva di lasciar tosto Milano, se voleva aver salva la vita.

Convinto dell'opera sua, testardo, tempra in fondo di buon granatiere, Giuseppe Prina di tutto ciò non si era curato: ed anche la mattina del 20, a chi lo scongiurava di sottrarsi al furore popolare, rispondeva ostinatamente: « I saria nen piemonteis! »

La porta non resse a lungo: già coloro che capitanavano la masnada salivano le scale,... e il Prina, cui l'imminenza del pericolo aveva ridato l'istinto della conservazione, febbrilmente cominciò a travestirsi, poi si celò nel caminetto di una stanza appartata....

La turba irrompe: pone tutto a soqquadro: sfonda cassettoni e armadi, agguanta gli arredi e il poco danaro. No, no!... non ci sono i tesori che il volgo diceva da lui rubati e accumulati!

Anche molte carte e documenti sono sottratti, e questi — credesi con ragione — non dalla plebaglia acciecata, ma da chi fra essa aveva ordini e istruzioni speciali.

Fu notato un tale, che corse senz'altro allo scrittoio del ministro; ne forzò il cassetto, ghermì un plico di carte e disparve.

E mentre il turpe saccheggio infuriava nell'appartamento, altra gente sui terrazzi e sui tetti cominciava a demolire letteralmente la casa; e la demolizione «fu compiuta poi nella notte e il dì dopo, da persone che parevano del mestiere e che rivelarono più tardi di essere state pagate.»

Il conte Giovio, tra i pochi accorsi per salvare l'infelice ministro, fu minacciato e insultato da uomini «cui era sul volto l'indizio dell'ordinato delitto» e frattanto nè Giacomo Luini, capo della polizia, nè il generale Pino, comandante del presidio, si fecero vivi. Anzi, l'aiutante del generale, Luigi Cima, al capitano della guardia civica, Bosisio, che con pochi soldati moveva verso il luogo del saccheggio, intimava di ritirarsi in Castello.

La giornata doveva essere tutta dei sicarî chiamati a Milano per affrettare all'Austria il cómpito di ristabilire l'ordine sanguinosamente turbato.