Soltanto verso le 4 del pomeriggio, il Pino fece una delle sue teatrali comparse in grande uniforme.
Ad un invito perentorio del podestà, finiti appena di intascare altri 50,000 franchi di gratificazione estorti nella mattinata al Vicerè, il vecchio sciagurato si recò alla casa del Prina, si aprì il passo tra la folla furibonda, ne raccolse scherni e minacce, quantunque sfoggiasse la Corona ferrea e la coccarda italiana; e siccome un servo tremando e baciandogli le mani, gli ripetè che il Prina non era nella casa, se ne ritornò come era venuto, lasciando che la masnada sitibonda di sangue continuasse a frugare in ogni camera, fin nelle soffitte.
Corrono versioni disparate, intorno al modo preciso col quale il Prina cadde nelle mani de' suoi carnefici. Dicesi che un falegname lo scorse nel nascondiglio ov'era rannicchiato, ebbe la promessa d'un milione purchè tacesse, ma con un grido involontario tradì la vittima e sè stesso. Narrano altri che il ministro fu colto in camicia, fra il soppalco e i tetti. Altri ancora, che avendolo il dottor Bazzoni celato in una vasca nel solaio, fu colà rinvenuto da un garzone muratore che si diè a gridare: «È qui; è qui, il Prina!» attirando tosto contro di lui la turba inferocita.
Certo è che l'infelice, semivestito, livido, tremante, a mani giunte, ripetendo convulsamente: «Confessione! Confessione!...» fu tratto giù dai piani superiori nelle sue stanze, percosso coi pugni e cogli ombrelli. Ad ogni colpo gli si gridava: «Questo per il registro! Questo per il focatico! Questo per la carta bollata!» Ridotto quasi nudo, fu prima mostrato dal balcone della scuderia, alla folla imprecante, poi sospinto, legato e tramortito, calato giù, fra le braccia allungate, tese dai più furenti che con grandi urla lo volevano vivo, fra le mani!
Alcuni pietosi, fingendosi i più accaniti nell'ingiuriarlo, lo circondano, lo spingono traverso la piazza San Fedele poi nella casa Blondel, ove sorge ora il teatro Manzoni; ma il generoso tentativo fallisce: strappato loro di mano, riescono ancora a difendere l'infelice dalle ombrellate, a sottrarlo alla folla, a nasconderlo nel cortile di una vicina osteria.
Ma intanto si faceva notte: «Vogliamo il Prina! Vogliamo il Prina!» La turba furente vieppiù imbestialiva, assediava la casa, ammucchiava una catasta di fascine per incendiarla: «Fuoco e morte! Vogliamo il Prina!»
E il Prina, che nella tregua si era alquanto riavuto, pensando certo che attirava l'estrema rovina su chi lo voleva salvare, uscì da sè stesso dal nascondiglio, e si offrì agli assassini ripetendo: «Confessione! Confessione! Un prete!»
Quattro ribaldi — continua a narrare il Cusani — gli si precipitano addosso, ed uno, con un colpo di martello sulla testa, lo stende al suolo, e per le gambe lo getta nella via.
Il pensiero ne rifugge, raccapricciando! Al fioco chiarore delle lampade, sotto la pioggia fitta, scrosciante, sanguinolento, livido per le percosse, legato pei piedi sur un asse, il conte Prina, semivivo, fu trascinato per mezza la città da un'orda d'indemoniati.
«Le loro grida di patria, di libertà», scrive il Foscolo, «e le loro fiaccole che mi mostravano facce pallide, atroci, e labbra tremanti di rabbia e occhi pieni di stupidità e di delirio, e i loro corpi barcollanti d'ubbriachezza e di furore baccante, e alcuni con mani armate di coltella mezzo rotte o di corde da strozzare e di sacchi vuoti a rubare, m'insegnarono più teorie di libertà che non tutti i libri della filosofia e quanto lessi mai nelle storie!»