All'orrenda scena indietreggiavano i popolani atterriti, si chiudevano case e finestre, svenivano le donne....
Finchè ebbe voce, la povera vittima ripetè le parole «Confessione! Confessione! Un prete!» Morì, non per alcuna delle tante ferite — come provò poscia la perizia medica — ma di angoscia, di terrore, di dolore.... Il cadavere pesto, sformato, venne buttato da' suoi carnefici stanchi, affranti, nel cortile del Broletto e là giacque per parecchie ore sotto la pioggia gelida, nel sangue e nel fango, finchè la notte stessa, quasi di soppiatto, fu trafugato e sepolto nel camposanto di porta Comasina.
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Un pezzo di gronda — creduto nel buio un cannone — valse a mettere in fuga la masnada che si accaniva a demolire la casa del Prina. Compiuto il delitto, uscirono le truppe e per tutta la giornata del 21, il Pino fu nelle vie, sempre a cavallo, a prodigarsi, a farsi acclamare ed anche a farsi minacciare, giacchè la piazza gli aveva preso la mano; e alle intimidazioni proterve, il vecchio soldato non trovò il coraggio di rispondere se non abbottonandosi il pastrano per celare le decorazioni invise, e facendo togliere il cannone posto dinanzi alla porta del palazzo reale, come una mano di facinorosi, con grida sconce, gli imponeva.
La cittadinanza, frattanto, sentiva orrore dell'accaduto, e nondimeno pareva consolarsi che una sola fosse stata la vittima.
Si riunì tosto il Consiglio comunale, ed elesse una reggenza provvisoria presieduta da Carlo Verri, l'uomo in quei dì più popolare, perchè l'unico veramente puro, tenutosi lontano da tutta la baraonda di bramosie venali e vanitose, dalle sètte, dalle congiure, dai tradimenti.
Il Verri, sin dal mattino, cominciò ad abolire le tasse che più gravavano sul popolo, e lo annunziò con manifesti «che scongiuravano i buoni milanesi di tornare in calma.»
E i buoni milanesi non domandavano di meglio; ma per le porte, disertate persino dalle guardie del dazio, continuava a piovere in Milano — chiamatavi ancora dall'odor del bottino — la feccia più turpe del contado. — E questa si univa agli eroi del giorno innanzi e stava per muovere verso il palazzo del duca Melzi e contro quello del Vicerè, allorchè — più efficace dei violenti manifesti del Pino — provvide a spazzarne le vie con qualche carica a baionetta in canna, il capitano della guardia civica, Bernardo Ottolini, arrestando molti dei più sinistri figuri, finchè alla sera del 21 una lugubre calma si stese sovra la città, contristata da tanta vergogna.... vergogna non tutta sua.
Nondimeno, nè tosto, nè poi, si vollero seriamente, di questa infamia conoscere gli autori, punire i veri colpevoli. Parve che un accordo pauroso si formasse nella cittadinanza, anche fra gli uomini più eletti di mente, il Pellico ed il Manzoni, ad esempio, perchè sulla tragedia del 20 aprile, si stendesse un pronto oblio. E così, gran parte degli arrestati furono messi in libertà, senza inizio di processo, altri, inquisiti fiaccamente, pro forma, pochi processati.... ed assolti.
Anche la musa popolare non si destò, da principio, se non per inferocire grossolanamente contro il ministro assassinato.