Dopo Waterloo è dessa in realtà la vera autrice della Santa Alleanza, un atto, in cui la mano d'un'isterica devota mi par che si senta. Ma chi riconoscerebbe ora la vezzosa urì della danza dello scialle in quella megèra lunga e allampanata, che coi capelli giallo-grigi sparsi per la fronte e giù per le spalle, e una lunga veste scura, cinta alla vita da un cordone, assiste, a fianco dello Czar, alla rivista delle truppe russe sulle pianure di Sciampagna? Questo però è il colmo della sua fortuna. Quando nel 1824 morì solitaria in Crimea, era già da un pezzo caduta in disgrazia, perchè la povera donna, a tempo dell'insurrezione greca, era divenuta filellena ed il volubile Alessandro I, già ripiombato sotto la pantofola conservatrice del Metternich, non perdonò alla troppo sensibile Valerie quest'ultima trasfigurazione.

Di che tenui fila, a guardar bene, s'intreccia in ogni tempo questa grande commedia della politica e della storia!!

Ed eccoci, per mutare, dinanzi ad altri due gran commedianti di cartello, il Metternich ed il Talleyrand, i quali, come se abbiano voluto continuar la recita anche da morti, si sono nelle loro autobiografie (per dirla in gergo di palcoscenico) truccati entrambi per la posterità. Li riconosceremo noi per quel che sono a traverso tale travestimento? Molto agevola, ripeto, che siansi ormai dissipati per l'aria gli odii e gli amori suscitati in vita da quei due, e stati già tante volte surrogati da tanti altri odii ed amori.

Il Metternich aveva una persuasione fondamentale, d'essere cioè stato creato da Dio (ammettiamo, che credesse in Dio) per arrestare la Rivoluzione francese nel suo corso e rifare il mondo, come prima. Di tale persuasione che a poco a poco gli sale al cervello e gli si muta in una specie di predestinazione provvidenziale, egli si giova per ravvolgere in una gran nuvola di edificante idealità tutta la sua vita privata e la sua vita d'uomo di Stato. L'una e l'altra divengono così, sotto l'unzione e la gravità del suo stile, una tal vita di santo, che meriterebbe (ha detto bene in proposito Augusto Franchetti) d'essere collocata nella Leggenda Aurea di un Jacopo da Voragine e tradotta nella lingua del Cavalca. Ma chi gli può credere? Nessun altro, sto per dire, se non la sua seconda moglie, la principessa Melania, talmente persuasa (e ciò le fa onore del resto) della grandezza del marito, che a scrivere nel suo Diario dover esso salvare il mondo e poi che tutti e due erano stati la sera al teatro per veder ballare Fanny Elssler, le pare di dire la stessa cosa.

Certo quest'uomo, che governò l'Austria da padrone per 39 anni, e per 33 anni da padrone l'Europa, non era nè un puro sbirro, nè uno statista volgare, come, per odio, l'abbiamo considerato noi per tanto tempo. Certo Napoleone non ebbe mai più terribile avversario di lui; un avversario, che, mentre lo ammirava, avea così profondamente studiata la sua indole, che fino ad un certo segno potea presagirne gli scatti futuri; un avversario, che non si scaldava mai e sapeva aspettare. Certo, quand'egli nel 1809 diventò Ministro, l'Austria era un paese morto e sei anni dopo (mettiamo pure che la frenesia di Napoleone l'abbia aiutato) sei anni dopo l'Austria era l'arbitra dell'Europa, gloria grande verso la sua patria ed il suo sovrano, che nessuno gli può contestare.

Ma da tuttociò a far di sè uno statista, che non ha una colpa da rimproverarsi, perchè è quasi una nuova incarnazione umana dell'eterna giustizia e dell'assoluta verità, che non ha mai sbagliata una mossa, perchè nell'interezza della sua coscienza ha sempre previsti gli errori dei nemici e le infedeltà degli amici, ci corre assai; e, per troppo volere innalzarsi, mi pare che non solo il Metternich abbia troppo sfidata la credula docilità dei posteri, ma che abbia altresì tolto merito a sè stesso, come uomo di Stato, perchè la politica, salvo certe direzioni fondamentali, è più di tutto l'arte degli adattamenti e delle contingenze variabili, e l'immobile fissità di spirito, ch'egli si attribuisce, è la caratteristica dell'utopista e del fanatico, anzichè quella del vero uomo di Stato.

Quante volte, del resto, non è egli stato sul punto d'intendersi con Napoleone? Fra le molte, che se ne potrebbero ricordare, prendiamo la maggiore di tutte, il matrimonio di Maria Luigia, la divina figlia dei Cesari, con Napoleone, il gran tipo del condottiere italiano, dice il Taine, che ha usurpato il trono di Francia. Era tutto un tranello questo matrimonio? No, era un'arma a due tagli, che potea salvar l'Austria e Napoleone, se Napoleone era savio, o salvar l'Austria sola e abbatter lui al momento opportuno, s'egli continuava a farneticare. In ciò sta la profondità del calcolo del Metternich, che l'ambizione di Napoleone s'incocciò di far riescire anche al di là d'ogni sua previsione: ma ciò dimostra che a transigere colla Rivoluzione non avea poi il Metternich le invincibili ripugnanze, delle quali si vanta.

Nella stessa guisa, s'egli rappresentava unicamente il diritto storico contro la Rivoluzione, perchè mai, caduto Napoleone, non ha egli nel Congresso di Vienna riprese le tradizioni di Maria Teresa, del Kaunitz e del Thugut, cercando di germanizzare l'Austria di nuovo ed ha preferito invece indennizzarsi al sud delle Alpi di tutto quanto perdeva o abbandonava al nord delle medesime, ostinandosi a dominare l'Italia? Egli è che appunto imitare in questo le violenze della Rivoluzione francese sembrò al purissimo eroe del diritto storico un giuoco più facile e più vantaggioso, e questa volta invece l'infallibile aveva sbagliato. In questo medesimo anno 1815, l'impresa di Gioacchino Murat, per quanto arrischiata, il proclama di Rimini, scritto da Pellegrino Rossi, che bandisce la guerra dell'indipendenza italiana, per quanto vagheggi una idealità prematura, avrebbero dovuto farlo avvertire del suo errore e che l'Italia per lo meno non era più l' espressione geografica di prima. Preferì invece ostinarsi ed iniziare un sistema di repressione perpetua, che fece di lui l'incarnazione vivente del dispotismo più odioso e più cieco, e lo abbassò talvolta, come nel colloquio famoso con Federigo Confalonieri, carico di catene e già avviato allo Spielberg, lo abbassò, dico, fino agli scaltrimenti del poliziotto più abbietto per strappar di bocca ad un misero prigioniero il nome de' suoi complici, quello principalmente di Carlo Alberto, principe di Carignano, della cui correità coi congiurati Lombardi del 1821 il Metternich volea ad ogni costo aver nelle mani la prova.

Il santo, il semideo delle Memorie metternicchiane scende così alquanto, come vedete, dal suo piedistallo. Se a ciò aggiungete che concordemente i contemporanei lo dicono scettico, frivolo, superficiale, donnaiuolo, non incorruttibile per denaro, voi vedete che razza di premeditata falsificazione egli ha perpetrato di sè stesso per canzonare i posteri, nè vi spiegherete la potenza esercitata da lui per tutta intiera una generazione, se, oltre a molte qualità d'animo e d'ingegno, ch'egli indubbiamente possedeva, non mettete in conto la profonda disposizione alla quiete, all'inerzia politica e al riposo gaudente, che il suo tempo provava e ch'egli rispecchiava, persin nella persona e nei modi, alla perfezione. Quando questa disposizione finì, anche il Metternich era finito.

Diversa affatto è la truccatura, sotto la quale ha voluto presentarsi ai posteri il Principe di Talleyrand. Pare in sostanza ch'egli dica: «son quel che sono, ed i miei contemporanei, alti e bassi, non valevano meglio di me; ma si prenda la storia com'è, poi si vegga se in conclusione, e senza troppa cura del mio buon nome (ognuno poi sacrifica alla patria quello che crede!) io ho bene o male servita la Francia.» E naturalmente dimostra che l'ha servita bene. Esso, in persona, ha cominciato abate, poi vescovo, ha celebrato ridendo la sua ultima messa nella festa della Federazione Repubblicana, s'è sconsacrato, ha preso moglie, nei tempi peggiori della Repubblica s'è ecclissato, è rientrato a tempo per esser Ministro: Giacobino sotto il Direttorio, repubblicano sotto il Consolato, Bonapartista sotto l'Impero, legittimista sotto i Borboni, e come si spiegano tutte queste metamorfosi? In una maniera sola, dice lui, cioè che agli occhi d'un filosofo le forme politiche son forme vuote; che con tale libertà di spirito egli ha visto sempre, prima, meglio e più lontano d'ogni altro, e che mentre gli altri s'attaccavano ad un partito, egli non ha servito mai che la Francia. È una disinvoltura stupefacente, la quintessenza di quell'arcana dottrina del savoir vivre, sotto la quale i Francesi compendiano tante cose, e che il Talleyrand possedeva in grado superlativo.