Corazzato di questa, egli prende posto attorno al tappeto verde del Congresso di Vienna, colla serenità medesima con cui si sarebbe seduto alla sua eterna tavola di whist, e quando, ambasciatore d'una nazione vinta, egli, con grand'arie di superiorità e per sgominare di primo acchito i segreti accordi degli alleati, osa affermare lui solo rappresentare, intorno a quel tappeto, non interessi, ma principii, e cioè il dogma della legittimità, che deve esser la base della Restaurazione, e tutti lo guardano esterrefatti, il Talleyrand non si scompone e persiste e niuno s'accorge, non un principio sostener esso in quel momento, bensì l'unico spediente, a cui poteva appigliarsi. Che diavol mai poteva egli invocare, difatto, dinanzi alle ambizioni della vecchia Europa coalizzata e vittoriosa? Gli immortali principii dell'89, come in un meeting? i diritti dell'uomo e del cittadino, come in una scuola? la sovranità popolare, come in una piazza? Non avendo forza materiale per tenere in rispetto i nemici vittoriosi, tutto quanto poteva tentare era di preservare in nome del diritto l'unità della Francia e salvar questa almeno alle conquiste economiche, civili e politiche della Rivoluzione. In parte vi riescì, poichè preservò in sostanza la Francia dal dover sopportare la pena del taglione, l'applicazione pura e semplice di quel diritto del più forte, ch'essa avea durante l'Impero applicato alle altre nazioni. L'imperturbabilità, il coraggio, la fecondità d'espedienti, il calore di patriottismo francese, che il Talleyrand spiega al Congresso di Vienna, sono una meraviglia, ed ha un bel dire il Thiers, che si dovea andare al Congresso colle mani libere, quasichè gli alleati non fossero entrati a Parigi colle cannonate: che il Talleyrand dovea atteggiarsi come un Napoleone, quasichè Lipsia fosse stata Austerlitz: che ebbe fretta, e che invece di far la pace dovea scomporre le alleanze e riprovocare la guerra. Queste critiche, dinanzi alla realtà dei fatti, non mi pare che abbiano alcun valore, e nella mente del Thiers, scrittore e storico grande, ma politico mediocrissimo, scaturiscono evidentemente da quel suo sempiterno pregiudizio tutto francese, per cui un'Europa ridotta in pillole è la sola maniera d'assicurare la grandezza della Francia. Essa non può considerarsi in piedi, se tutti non sono in ginocchio! Del resto il Talleyrand non indietreggiò neppure dinanzi al pericolo d'una nuova guerra, e quando parve che non si potesse più resistere in altro modo alle prepotenze della Russia, egli aderì alla nuova coalizione formatasi nel Congresso contro di essa il 3 gennaio 1815, ed il Thiers lo biasima anche di questo, tanto è contraddittoria ed inconsistente tutta la sua critica.
In conclusione, all'opposto del Metternich con tutte le sue pose da santo, da veggente e da messia, il Talleyrand s'è voluto nelle sue Memorie mostrare non per quello che è, ma per quello che vale. È un travestimento anche questo, ma se i contemporanei non l'hanno nè ghigliottinato, nè messo in galera, non mi pare che i posteri abbiano da essere più severi di loro.
Oltre a queste tre figure principalissime, tante altre ve ne sarebbero da ritrarre, interessanti e singolari, fuori e dentro il Congresso: Maria Luigia che, con a fianco già il suo patito, il Neipperg, non ha neppure la dignità di non esser curiosa, e poichè a lei, moglie di Napoleone e pur ieri Imperatrice dei Francesi, è interdetto prender parte alle feste, vuole almeno goderne pel buco della chiave o sta nascosta fra due tende a veder gli altri ballare; Federico Gentz, grande ingegno di dilettante, cominciato scettico e romantico, finito reazionario e segretario del Congresso, gaudente di professione, che negli ultimi anni tenea il suo gabinetto di studio in casa della ballerina Fanny Elssler, il suo ultimo amore (un romitaggio preferibile di certo a quello concesso alle teste calde italiane nei sotterranei dello Spielberg), e che, tipo dell' homme blasé, annunzierà le sua prossima fine ad un amico dicendo: «mi leverò da tavola, come chi ha mangiato a sazietà»; il Pozzo di Borgo, un Côrso al servizio della Russia, incarnazione vivente contro Napoleone degli odii di famiglia e delle implacabili vendette insulari; il cardinale Consalvi, profilo di prelato romano, aguzzo, sottile, insinuante ed anche audace, che, per salvare dagli artigli dell'Austria le quattro Legazioni, finge di ridomandare sul serio Avignone ed il Contado Venosino; il marchese Brignole, l'appassionato oligarca genovese, che vorrebbe trovare un'equazione tra la legittimità dei Borboni e quella della sua vecchia Repubblica, una specie di quadratura del circolo pei diplomatici del Congresso di Vienna; i ministri napoletani del Murat, che s'incontrano a faccia a faccia con quelli di Ferdinando IV; Eugenio di Beauharnais, già vicerè d'Italia e generale napoleonico, eppure ospite festeggiato e graditissimo a Vienna; il Conte di San Marzano, diplomatico piemontese, schermidore politico, valente assai, che avendo servito i forti contro i deboli, sa come si difendono i deboli contro i forti; Don Neri Corsini, ambasciatore del granduca Ferdinando III, che, quando meno se l'aspetta, si trova a fronte l'ambasciatore d'un'Etruria bonapartesca, reclamante nient'altro che tutta la Toscana pei Borboni, e d'altra parte, rappresentando esso un principe austriaco, sentesi, ciò nonostante, così pressato dalla prepotenza degli augusti parenti, che in cambio, come vorrebbe, d'arrotondare lo Stato, rischia talvolta tornarsene a mani vuote, eppure coll'arguta e tenace bonarietà del gran signore fiorentino di vecchia stampa si trae dal mal passo abbastanza bene; e tante, e tante altre, dico, figure importanti, singolari, e caratteristiche in sommo grado, delle quali tutte metterebbe conto parlare.
Se non che neppur noi possiamo indugiarci, perchè mentre, dopo tante lentezze e lotte e discordie, il Congresso bene o male s'approssimava alla fine, ecco scoppiare, in mezzo a tutta quella gente, come uno schianto di fulmine, la notizia che l' Orco di Corsica era scappato dall'isola d'Elba.
— Dove credete voi, che si sia avviato? — chiese il Metternich al Talleyrand, per scoprire se il furbaccio ne sapeva qualcosa.
— Forse in Italia! — rispose il Talleyrand, per mettere una pulce nell'orecchio all'amico.
— No, va dritto a Parigi! — riprese il Metternich, guardando fisso il Talleyrand. Ma questi, che già aveva avuto tempo a riflettere, concluse: — può darsi! — come avrebbe detto: — buon pro gli faccia!
Val la pena seguir le mosse di questa vecchia volpe in tale frangente. In apparenza è tranquillo. Nelle sue Memorie non fiata; ma veder chiaro, risolver pronto, colpire a segno è la superiorità vera del Talleyrand sugli statisti del suo tempo (e su quelli anche d'altri tempi!); e sia pure che Napoleone sia fuggito dall'Elba, lo accolga pure l'esercito francese a braccia aperte, rivoli pure l'aquila imperiale di campanile in campanile sino alle torri di Nostra Donna di Parigi, sia pur costretto Luigi XVIII di rifugiarsi a Gand; il Talleyrand intuisce subito che un 18 brumaio non si rifà due volte, che questa ripresa d'armi non può essere nè il Consolato, nè l'Impero, bensì un romanzo d'avventuriere; che Napoleone può ben prometter pace e libertà alla Francia e Beniamino Constant ammannirgli un disegno di costituzione, che è un capolavoro, ma Napoleone è irremissibilmente condannato alla guerra immediata; e nella guerra non si troverà più a fronte generali da sbalordire di nuovo coi prodigii della sua tattica, bensì popoli e condottieri di popoli, il Wellington, il Blucher, lo Schwarzenberg, i quali, al pari del Kutusoff, il Fabio Massimo della resistenza russa del 12, e del Rostopkine, l'incendiario di Mosca, sono divenuti gli eroi delle vendette nazionali contro le sue prepotenze. Il Talleyrand quindi approfitta del primo sgomento degli alleati per strappar loro la dichiarazione del 13 marzo 1815, la quale pone Napoleone fuori della legge al pari d'un bandito, poi sta inerte aspettando l'esito della guerra, e si traccheggia anzi fino al giugno in Vienna, nè raggiunge il Re, se non quando Waterloo ha già messo fine al tempestoso romanzo dei Cento Giorni. Perchè così lento? Forse ha in fondo all'animo un residuo di dubbio? Chi lo sa? Fatto è che appena giunto a Parigi, il Talleyrand vede nettamente che gli alleati non vogliono più stare ai patti di prima, e che la reazione più dissennata prevale nei Consigli del Re. Si oppose finchè potè; non vinse che a mezzo, e si dimise. È il momento più nobile della sua vita, e lo sente tanto egli stesso nelle sue Memorie, che, quasi creda finita la sua carriera politica, vi si drappeggia dentro, come un grande attore al quint'atto d'una tragedia classica, e cala il sipario.
In realtà anche l'opera del Congresso di Vienna era finita fino dal giugno. Ma colla seconda pace di Parigi del 20 novembre 1815 la Francia pagò il fio dell'avventura napoleonica dei Cento Giorni e peggio ancora le sarebbe toccato, se non erano le rivalità di lord Wellington coi generali austriaci e prussiani e le fantasie mistico umanitarie di Alessandro I, delle quali anche questa volta la Francia s'approfittò. Queste fantasie toccano il colmo nella Dichiarazione della Santa Alleanza, un quid simile di Credo internazionale, che non ha da far nulla col trattato di Vienna, ma sta da sè, a guisa della Dichiarazione dei Diritti dell'uomo, messa in testa alle costituzioni repubblicane francesi del 1791 e 1793 e ricalcata alla sua volta, peggiorandola, su quella delle libere colonie inglesi d'America del 1776. Strani riscontri in verità! Ora il nuovo assetto europeo, deliberato a Vienna e reso definitivo colla seconda pace di Parigi, era, mercè della Santa Alleanza, posto sotto l'immediata ed alta sovranità di Gesù Cristo, una specie insomma di repubblica savonaroliana, slargata qui ad uno schema universale di Stati cristiani. La dichiarazione della Santa Alleanza reca originariamente le firme sole dei tre sovrani di Russia, Austria e Prussia, non quella d'alcun ministro, nè d'alcun plenipotenziario. Altri sovrani accedettero più tardi, quando cioè si furono persuasi che quello sproloquio non impegnava a nulla, come la Francia e la Sardegna; altri si ricusarono con un pretesto, come l'Inghilterra; il Papa vi subodorò dentro (e forse non a torto) qualcosa d'ereticale; il Gran Turco infine non s'acquetò, se non quando l'ebbero assicurato che la Santa Alleanza non era il principio d'una nuova crociata per la liberazione del Santo Sepolcro. «Ma che le pare, signor Turco?» (gli dissero i diplomatici veri), «non ci mancherebbe altro!!».
Quanto all'Italia in particolare, il Congresso di Vienna vi stabilì, come già dissi, il dominio dell'Austria; dominio diretto in gran parte, indiretto, ma non meno effettivo, su tutto il rimanente, salvo in Piemonte; e, restituito ai Borboni, schiavi dell'Austria, il regno di Napoli, cominciò a mostrarsi, a guisa di piccolo chiarore d'un'alba, la necessità storica, che se un giorno l'idea nazionale, uscendo fuori dagli eremi dei letterati e dai nascondigli dei cospiratori, potesse mai spiegare al sole la sua bandiera o troncare colla spada la fitta rete in cui il Metternich avea ravvolta l'Italia, questa bandiera si leverebbe in Piemonte e questa spada sarebbe in pugno ai Savoia.