Nel 15 siamo però ancora ben lontani da che l'idea nazionale inspiri la politica estera del Piemonte, e questa cerchi imperniarsi su una politica interna appena appena ragionevole. Ma già per parte del Piemonte i sospetti, le diffidenze, le resistenze alle mille insidie dell'Austria sono incessanti e sempre vigili, e, per parte dell'Austria, essa tradisce sempre più il suo segreto, che è di ridurre indifeso, impotente, se non addirittura soggetto, quest'unico Stato italiano, di cui non solo ha dovuto tollerar l'esistenza, ma lasciare che s'ingrossasse colla Liguria, ed ora, nella seconda pace di Parigi, anche con quella parte di Savoia, che nella prima era stata data alla Francia.

È bello vedere la concordia, la cooperazione, l'intesa di tutti i diplomatici piemontesi in questa lotta, ed è ancora più bello, pigliandoli per quel che sono in realtà, uomini chiaroveggenti, fedeli alla loro vecchia Monarchia, zelanti dell'onor suo, orgogliosi delle sue tradizionali ambizioni dinastiche, e non trasfigurandoli, per uno zelo malinteso, in avanguardie e, al solito, in apostoli e precursori d'indipendenza e d'unità italiana. Sono sparsi per tutto e sembrano una voce sola, il San Marzano ed il Rossi al Congresso di Vienna, il De Maistre e poi il Cotti di Brusasco a Pietroburgo, il San Martino d'Agliè a Londra, il Revel e poi l'Alfieri di Sostegno a Parigi, il D'Azeglio a Roma, il Pralormo a Vienna dopo il 20, il Valesia, il Balbo, il Saluzzo, ministri in Torino e tanti altri.

Tutti questi uomini, non sospettabili di certo di tendenze sovversive nè tampoco di velleità liberali, sentono profondamente le continue provocazioni austriache dal 15 in poi, e vigilano, dappertutto e sempre, le mene del Metternich. Lo stesso Pralormo, che Luigi Carlo Farini ha detto il meno avverso all'Austria, riassumeva con gran forza in un suo splendido dispaccio del 1821 tutti i torti dell'Austria verso il Piemonte, e caratterizzava con profonda sagacia il movimento del 21 per quello che era: non un pronunciamento alla spagnuola, nè una ribellione di nobili alla polacca, come ha preteso in uno dei suoi frequenti accessi di spleen Massimo d'Azeglio, bensì la conseguenza necessaria del contegno dell'Austria, che in Piemonte avea per di più mortalmente offesi nel loro onor militare una dinastia ed un popolo di soldati. Senza di questo, dice il Pralormo, non un soldato si sarebbe ribellato in Piemonte, e se Vittorio Emanuele I fosse corso su Milano, i Carbonari del 21 non avrebbero potuto nulla contro di lui.

Tutto militare e aristocratico fu dunque il movimento rivoluzionario del 1821 in Piemonte, ed è uno dei più importanti nella storia dei moti rivoluzionari italiani, appunto perchè crea nell'aristocrazia militare e diplomatica piemontese quella parte nuova, che poi prevarrà sempre più, la quale, senza ripudiar nulla del suo vecchio patrimonio morale e religioso, accetta quanto v'ha di giusto e di umano nelle idee sopravvissute alla Rivoluzione Francese e sente sempre più al vivo l'ufficio storico, che contro la intollerabile preponderanza austriaca spetta alla sola regione Italiana, che abbia armi proprie ed una dinastia nazionale.

Beneficio grande, di cui (poichè per sommo studio d'imparzialità si sogliono oggi vantare le candide intenzioni dell'Austria e del Metternich in particolare) io non ho, se si vuole, alcuna difficoltà di esserle riconoscente.

E per concludere circa il Congresso di Vienna, che è il mio tema, dirò che le successive riunioni di Aix nel 1818, di Troppau nel 20, di Lubiana nel 1821, di Verona nel 1822, le quali avrebbero dovuto essere l'applicazione del permanente e pacifico arbitrato internazionale, stabilito nel 1815, ebbero avviamento ed effetto contrario, vale a dire che trasmutandosi sempre più in un sistema d'intervento armato, di repressioni bestiali e di alta polizia politica nelle mani dell'Austria e scostandosi così sempre più dal concetto fondamentale del Congresso di Vienna, esse, in cambio di frenare i moti italiani, argomento prediletto di tutti i loro discorsi, li resero sempre più intensi, sempre più larghi e spianarono a questi moti la via del trionfo finale.

Ma così va il mondo, Signore! Guastare in pratica quello che in teorica era buono, proporsi un fine e riescire ad un altro sono i fatti, che più comunemente appariscono nella storia, e l'insegnamento di essa, se ne ha uno, si può quasi sempre compendiare così: « daccapo e ricominciamo! ».

SUI MOTI DI NAPOLI DEL 1820

CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI.

I moti di Napoli del 1820 non presentano, a chi li studii con serenità, alcuno dei lati che, pur nei suoi errori, pur nelle sue esagerazioni resero sì bella e sì interessante e, sotto alcuni aspetti, sì grande la rivoluzione avvenuta ventun anno prima, nel 1799. Questa ebbe i suoi rètori, ma ebbe pure i suoi martiri: la rivoluzione del 1820 quasi non ebbe che rètori. Nata per paura di una Corte, che non volle e non seppe resistere, morì per ignavia di una setta, anzi di una classe, che resistere non volle e non seppe. Sorta per tradimento di pochi ufficiali settari, fu soffocata per tradimento di un re, cui furon meriti supremi la menzogna e la viltà.