Il re, riuniti a consiglio i suoi timidi ministri non trovò appoggio: non si pensò ad altro che a cedere, e il movimento non parve possibile frenare se non seguendolo.

Fuggito il general Pepe da Napoli, disertate molte delle milizie, le altre incerte, l'audacia di qualche settario non ebbe limite.

La notte del 5, sul tardi, cinque carbonari si presentarono alla reggia e chiesero audacemente di parlare col Re, come ambasciatori di causa pubblica. Uscì sollecito il duca d'Ascoli. L'uno dei cinque disse lo scopo dell'ambascerìa; il popolo era in arme, la setta carbonara e i cittadini tutti volevano la costituzione. Si attendevano le decisioni del sovrano. Il duca d'Ascoli entrò dal Re, riferì tutto e, quando uscì, annunziò che il sovrano aveva concessa la costituzione.

E il capo dei settari: — Quando? — Subito. — Ossia?.... — Fra due ore.

Con aria risoluta uno dei cinque cavò l'orologio dalla tasca del duca d'Ascoli, mostrò il quadrante ai compagni e disse: — È un'ora dopo mezzanotte: alle tre la costituzione sarà pubblicata. — E andarono via tutti.

All'alba del giorno 6 uscì un editto del Re che annunziava la nuova costituzione. Così in quattro giorni furono mutate dalle fondamenta le basi politiche di tutto un reame.

Altro editto nominò il principe ereditario Francesco duca di Calabria, vicario generale del regno: il Re aveva o disse di avere bisogno di riposo. La costituzione, provvisoriamente concessa, fu quella di Spagna del 1812.

A ottenere una così profonda trasformazione non si era versata stilla di sangue: che anzi era bastato a pochi minacciare, a molti fuggire.

La costituzione fu causa di gioia quasi generale. Molti vedevano la fine di ogni abuso, la riduzione dei tributi e tutti erano lieti che un così notevole mutamento fosse avvenuto quasi senza contrasto.

Così Napoli divenne paese costituzionale.