Dei 72 rappresentanti delle province meridionali 2 soli eran nobili; gli altri quasi tutti avvocati, preti, magistrati e proprietari, inscritti alla carboneria. La Sicilia mandò invece più tardi, in gran maggioranza, nobili e preti.

I giornali e le effemeridi annunziavano l'apertura del Parlamento con frasi solenni. Uno di essi diceva: «I giorni del primo entusiasmo sono ora al loro termine: la stagione dell'intelletto si avvicina con l'apertura del Parlamento; la crisalide, è già per rompere l'involucro, che nasconde l'angelica farfalla....»

L'angelica farfalla venne fuori, e la stagione dell'intelletto si aprì con una cerimonia solenne. Il Re, il Duca di Calabria, i principi intervennero con gran pompa, pronunziarono discorsi e giurarono sugli evangeli, fra le grida di popolo festante, il rispetto della costituzione.

Profferì lungo discorso il presidente Matteo Galdi, avvocato, e quindi amante della parola e della iperbole.

L'arte rettorica non possiede tanti traslati e tante figure quanti ne usò il presidente Galdi.

Dei Borboni di Napoli si può dare qualunque giudizio; una cosa però non può essere messa in dubbio: la loro incapacità alle armi e la mancanza di ogni attitudine guerresca. In fondo a tutte le loro colpe e a tutti i loro torti, non è che un sentimento solo: la paura. Fu essa che li rese spesso crudeli, sempre sospettosi.

Ora il presidente Galdi, nel suo iperbolico discorso, dopo essersi rivolto al Re, al Duca di Calabria e aver citato tutti i tropi che furono inventati, volle elogiare anche i figli del figlio del Re, futuri guerrieri della patria: «Uno ne crescerà certamente fra essi che, di unita alle arti di pace, saprà coltivare quelle della guerra. Egli accoppierà al brillante coraggio e all'alma intrepida di Francesco I e di Enrico IV il sapere militare del gran Condè; e se, tolga il cielo l'augurio, sarà chiamato a combattere, lo vedremo circondato dai bellicosi Marsi, dai Dauni, dai Sanniti, da tutti i popoli della Magna Grecia e della Trinacria alle frontiere del regno, come l'Angelo del Signore, con l'adamantina spada nel pugno, stare alla difesa del paradiso terrestre.» Quel fulmine di guerra si chiamò Ferdinando II!

La semplice esistenza del Parlamento, secondo il presidente Galdi, avrebbe fatto pullulare i grandi. Proseguiva infatti: «Le pagine del Codice di Astrea rimarranno immuni da qualunque macchia, e custodite da incorruttibili sacerdoti e il potente braccio e la volontà della Maestà Vostra e le vigili cure del Parlamento Nazionale, assicureranno sì bel retaggio fino alla nostra più remota posterità. Risorgeranno i Zeleuci e gli Architi, gli Archimedi e i Tullii, onore delle nostre regioni e del genere umano.»

Strano Parlamento, ove tutto era iperbolico. Le sedute si tenevano in una chiesa, e i deputati parlavano per farsi applaudire dalle tribune, che quasi partecipavano alla discussione e applaudivano sempre i più enfatici e i più violenti. Mentre la costituzione e la patria erano in pericolo, si discutevano gli argomenti più inutili: se il nome di Napoli mutar si dovesse in Partenope, se mutar si dovessero i nomi dei popoli delle province e chiamarli come nell'antichità classica, lucani, irpini, marsi, sanniti. Si facean citazioni classiche, e gli animi si accendevano per cose futili.

L'opera legislativa, quando fu efficace, non ebbe per scopo che di deprimere l'aristocrazia: i beni soggetti a maiorascato furono dichiarati liberi, molti provvedimenti furon proposti contro la feudalità in Sicilia.