Oltre alle cause esteriori, che si soglion di solito allegare, vi furono altre cause e maggiori, che una trasformazione nata subitamente, subitamente dovean soffocare. E queste cause van trovate non come si fa d'ordinario nella pochezza dei capi, nelle colpe dei generali, nelle incertezze del Parlamento, nei tradimenti della famiglia regale. Perchè il popolo non lottò? perchè l'esercito si sbandò? Non mai forze prodigiose nell'arte della guerra, genti dell'istessa razza e delle istesse contrade avean pochi anni prima, anche fuori della patria, dato prova di grande coraggio.
I moti del '20 furon promossi da due giovani idealisti: seguìti da genti che non avevan gli stessi intenti, nè gli stessi scopi. Il sostrato della carboneria, come noi abbiam visto, era di spostati, desiderosi di occupazioni civili, di militari desiderosi di avanzamento, di forensi desiderosi di fortuna. Non era possibile contentar tutti: anzi il numero enorme non permise che di contentar pochi. Le promozioni militari, fatte in base alla volontà della setta, demoralizzarono un esercito già inglorioso e privo di tradizioni; gli scontenti di tutte le classi erano il lievito della putrefazione in un regime non stabile. L'aristocrazia fondiaria, potente in Sicilia, si oppose come potè: a Napoli e nelle province, ove se non la forza economica, possedeva almeno il prestigio, screditò con l'astensione e l'avversione. Rimasero sul teatro dell'azione sopra tutto gli avvocati, audacissimi in tempo di pace. La massa dei lavoratori delle campagne non avea coscienza del suo stato: ma per istinto era più dalla parte del Re, che da quella dei suoi avversari, da cui sentiva o credeva di non dover nulla sperare. Chi sapeva la costituzione di Spagna? e che valeva per essa lottare, per essa morire? I carbonari non erano più morali dei loro avversari: ricorrevano anzi, potendo, agli stessi mezzi.
La rivoluzione di Napoli dovea cadere: le fu colpa cader vilmente.
Ferdinando introdusse la frusta, riempì le carceri, esiliò moltissimi; ma nella persecuzione, già vecchio e stanco, non ebbe la crudeltà che avea avuta nel 1799. I suoi ministri Medici, Canosa eran peggiori di lui; avventurieri e ribaldi, che governavano con male arti, che mentivano con il loro sovrano e non avean fede se non nell'arte dello inganno.
E in tante cattive passioni le due figure che rimasero al di sopra e che anche adesso rimangono, furon quelle dei due sottotenenti Morelli e Silvati, che disertori da Nola, aveano più per viltà altrui, che per virtù propria, mutato le basi del reame. Il Re che fu indulgente con altri, temendo forse la riprovazione dei paesi civili, non fu nè volle essere con essi.
Nè l'uno, nè l'altro, durante l'imperversare della carboneria, benchè carbonari essi medesimi e rivestiti di alto grado vollero far cosa che suonasse violenza o abuso. All'avvicinarsi delle truppe austriache a Napoli, fugato l'esercito, fuggirono anch'essi, cercando scampo, dopo aver tentato invano sollevare di nuovo la provincia di Avellino. Imbarcati su piccola nave volean raggiungere la Grecia, ma una tempesta li spinse sulle coste di Abbruzzo, ove riconosciuti furon, dopo molte vicende, mandati a Napoli e processati.
E furon processati come molti altri in forma crudele e trista. Nel giorno del dibattimento quattro degli accusati erano infermi con febbre, uno soffriva di emottisi, un altro, per riaperte ferite di guerra, dava sangue dal collo e dalla gola. Furon messi tutti insieme: e mentre due eran quasi morenti e altri balbutivano dalla febbre, furono interrogati e condannati, non ostante le proteste dei difensori e del pubblico. A quasi tutti fu fatta grazia della vita: due soli, Morelli e Silvati, come i promotori e i responsabili dei fatti di luglio dell'anno precedente furono giustiziati. E, nel momento supremo, non smentirono sè stessi.
Morelli avea tentato di avvelenarsi per morire liberamente: Silvati, cristiano e cattolico convintissimo, non avea voluto. Salendo le scale della forca il 12 di settembre del 1822, Morelli vide silenziosa e avversa la stessa folla, che due anni prima lo avea acclamato insieme al suo compagno, mentre entravano a Napoli a capo delle ribelli truppe di Monteforte. Non però un solo grido in suo favore. Nel tragico momento egli non volle smentirsi. E a folla ostile parlò dei martiri del 99 e disse di esser lieto di morire per la libertà.
E accanto a Morelli e Silvati, che furon la poesia di una rivoluzione che poesia quasi non ebbe, mirabile fu la condotta di altri accusati, che imputavan sè per discolpare altri: nobile contrasto al maggior numero, che sè discolpava, altri accusando.
Lord Giorgio Byron, dopo la caduta della causa liberale a Napoli, imprecava spietatamente contro i Napoletani: «Vivere liberi o morire, essi gridavano: morire ripetea l'eco delle montagne. Vani trasporti! entusiasmo effimero e fallace! quale derisione sanguinosa cade ora sulle loro teste. Infelici! Eccoli inevitabilmente in preda ai fiotti amari del ridicolo e della infamia. Morire! No, voi non morrete più; la severa e terribile libertà, di cui avete compromessa l'augusta causa, il tradimento dei popoli di cui la vostra risolutezza avea usurpata la stima e di cui il vostro delitto ha tradito la speranza, vi rifiutano egualmente l'asilo della morte e dell'oblio.»