Parole crudeli e non eque: le quali trovan forse la loro giustificazione nel fatto che prorompean da un'anima assetata di libertà, che non sapea perdonare di vederne compromessa la causa.

Entrati gli Austriaci a Napoli assai furon quelli però che non seppero rassegnarsi alla servitù. Migliaia fuggirono in lontane terre e andarono per il mondo, a lottare, a cospirare, a preparare le rivoluzioni future. E tra essi erano Rossaroll, che avea tentato, anche dopo la catastrofe, di ribellarsi in Messina; Pietro Colletta che nella sua grande storia forse molto s'illuse sul suo popolo, ma fece il più terribile atto di accusa della monarchia borbonica, sì che fu detto a ragione che nessun libro ebbe tanta efficacia sulle sorti del popolo napoletano; e Guglielmo Pepe, che dopo aver molto errato seppe almeno molto amare e molto lottare.

La rivoluzione del '20 non fu bella, sopra tutto perchè non ebbe il sacro battesimo del sangue; e perchè seguendo le rivolte di Spagna, n'ebbe tutto il carattere: non fu opera di popolo, ma di cospiratori e di forensi, battaglieri in pace, pacifici in guerra.

Ma ad onore delle genti meridionali bisogna dire che per settant'anni la causa della libertà trovò in esse i principali sostenitori. Mentre altre genti d'Italia, più tenaci forse nel pericolo, ma meno insofferenti, chinavano il capo alla servitù, dal lembo estremo della penisola venivan le voci e i tentativi della riscossa. E fu l'esercito napoletano che, nel 1813, tentò, per la prima volta forse l'unità d'Italia, che popolo più fortunato dovea compiere: unità che anche con i suoi svantaggi, è la nostra fortuna e la nostra salvezza, e che noi dobbiamo mantenere oggi sopra tutto che le vecchie e perfide tradizioni separatiste, causa di ogni nostra sventura, risorgono malefiche negli animi italici. E furono i Napoletani che diedero maggior numero di morti e di esuli per causa di pubblica libertà e di amore d'Italia. E se l'opera dei meridionali fu un po', come la loro natura, vivace, tumultuosa, disordinata, fu anche negli anni della servitù, la scintilla che mai non si spense e che determinò altrove più grande e più poderoso incendio.

POLITICA E BEL MONDO
CRONACHE FIORENTINE DAL 1815 AL 1831

CONFERENZA DI GUIDO BIAGI.

Signore e Signori,

Il 17 settembre 1814 non fu a Firenze un sabato come tutti gli altri. Sin dall'aurora la gente era tutta in moto, e così dalle povere impannate delle casupole, come di dietro alle vetrate co' piombi delle case civili e dei palazzi, le fiorentine sempre curiose allungavano gli occhi per guardar giù nelle strade formicolanti di popolo: di contadini in calzon corti, di villane infioccate, di birri, di preti con gli abiti di tutti i colori consentiti dalla licenza francese, e di soldati delle milizie toscane e tedesche, i quali, al suono dei pifferi e dei tamburi, movevano dalla gran guardia di Palazzo Vecchio e dalle caserme verso il Duomo e Porta a S. Gallo. Molta la gente a cavallo, moltissime le carrozze padronali con i lacchè a cassetta e in piedi sul predellino di dietro; e procedevano a stento fra il pigia pigia della folla, gravi, pesanti, massiccie come cariaggi, portando quasi in pompa dame e cavalieri, sgargianti negli abiti di gala che alla Restaurazione aveva legato l'Impero.

Alle ore sette, le milizie erano già schierate lungo le vie e nell'interno del Duomo: la calca cresceva, e il mareggiare delle teste refluiva verso Porta a S. Gallo; e, più oltre, attraverso all'Arco trionfale e su per il Ponte Rosso, si stendeva a perdita d'occhio lungo la via Bolognese. In mezzo alle file dei soldati, passavano staffieri a cavallo, battistrada, carrozzoni di gala con cerimonieri, ciambellani, magistrati, ufficiali. Alle otto, col primo colpo di cannone sparato da Belvedere, le campane di tutte le chiese cominciarono a suonare, annunziando ai fedeli toscani che S. A. I. e R. l'Arciduca Granduca di Toscana Ferdinando III, movendo dalla villa Capponi alla Pietra, dove aveva fatto breve sosta per riposarsi e cambiarsi gli abiti da viaggio, stava per arrivare a Firenze. Ricevuto dal suo nuovo gran Ciambellano, cav. Amerigo Antinori, e dai due ciambellani di servizio di settimana, Tommaso Corsi e Silvestro Aldobrandini, il Granduca, il cui viaggio da Firenzuola in poi era stato un continuo trionfo, dopo aver vestito il suo grande uniforme, prese posto nella sua muta a sei cavalli infioccata a gala, in compagnia del maggiordomo maggiore don Giuseppe Rospigliosi e del gran Ciambellano cav. Amerigo Antinori.

A questa seguiva un'altra muta a sei cavalli, in cui erano i due ciambellani di servizio Corsi e Aldobrandini, insieme con i due ciambellani Bodech e Reinack, che il Granduca avea condotto seco da Wisbourg. Intorno all'equipaggio del sovrano galoppavano, superbi delle monture rosse e delle lucerne piumate, dodici uffiziali del nuovo corpo dei dragoni, e alla portiera il Maggiore che li comandava. Lungo la strada, tra il fragor delle campane e il rombo de' cannoni, tra il vocío e gli evviva della folla, udivi i comandi degli ufiziali che ordinavano di presentare le armi; e giù dalla scesa del Pellegrino si avanzava entro un nuvolo di polvere, scortata dai dragoni e tutta splendente e luccicante al sole, la carrozza del Principe. Gli evviva, i battimani, le grida scomposte ma fervide, aumentarono coll'ingrossar della folla.