La vigilia di S. Giovanni, nel dopopranzo, il palio dei cocchi in Piazza S. Maria Novella, a cui interveniva nei carrozzoni di gala e in gran pompa la Corte, che prendeva posto coi Ministri esteri in un palco sotto le loggie di S. Paolo. Cominciava la festa con un corso di carrozze, mentre i palchi dell'anfiteatro, le finestre, le terrazze e perfino i tetti delle case sulla piazza si empivano, si accatastavano di spettatori. E all'ora fissata, i soldati sgombravano la Piazza e comparivano le quattro bighe alla romana, guidate da un auriga, non diciamo un cocchiere, vestito all'eroica, di rosso, di giallo, d'azzurro o di verde come il suo cocchio. Tirato il canapo e data la mossa, tra gli applausi, i fremiti e le ansie della folla, le bighe giravano tre volte attorno allo steccato da una guglia all'altra e chi primo giungesse avea gli onori del trionfo, gli evviva, gli abbracci e la gloria d'un giorno. La sera fuochi d'artifizio da Palazzo Vecchio, e dopo il 1826 sul ponte alla Carraia; illuminazione della città, della Cupola, del Battistero e del Campanile, e trattenimento musicale nel recinto fra la Canonica e il Duomo.
Il giorno di S. Giovanni, il Gonfaloniere col Magistrato civico recavasi al tempio per l'offerta della cera; poi messa pontificale dell'Arcivescovo nella Metropolitana, a cui interveniva la Corte. Nel pomeriggio corsa di barberi dalla Porta al Prato a quella alla Croce, con premio d'una ricca bandiera, che si faceva benedire in S. Giovanni. La corte assisteva allo spettacolo dal terrazzo al principio del Prato, con in faccia schierate le guardie a cavallo. Il tragitto era percorso dai barberi in circa sette minuti, e dalla sommità della Porta alla Croce si facevano alcune fumate di polvere per avvisar qual dei cavalli fosse primo arrivato, e le fumate ripetevansi dalla pergamena della Cupola del Duomo: il Sovrano, vedutele dalla sua loggia, segnava il nome del vincitore sulla nota che aveva in mano e che gettava alla folla. La sera spettacolo di gala all'I. e R. Teatro di Via della Pergola con grande illuminazione e con passo libero al popolo, o feste campestri nel giardino del Teatro di S. Maria, più tardi intitolato al Goldoni.
Ma non scordiamo gli spari, le salve di artiglieria e moschetteria, che si facevano sulla Piazza del Duomo e dal Forte di Belvedere, mentre il Granduca e la Corte assistevano alla messa pontificale! Al comando caricat'-arm! gridato dai comandanti a cavallo, i fucilieri eseguivano i 24 movimenti prescritti; le bacchette d'acciaio, svelte con prestezza dai fucili, luccicavano fra le mobili dita dei militi, e dopo mille giravolte cadevan tutte d'un colpo nelle canne dei moschetti, per uscirne, e dopo altrettanti giri, tornare al loro posto: s'innescava il fucile, l'acciarino batteva sulla pietra; e da quelle mille bocche da fuoco scoppiava il baleno ed il tuono, mentre un fumo denso e biancastro avvolgeva ogni cosa. I ragazzi e le donne strillavano o si tappavano gli orecchi; e dopo il terribile rimbombo, riapparivano le file dei soldati, immobili, come fantocci di legno. Per ogni colpo, 24 movimenti e tre minuti di manovra! Il tempo per scappare fuori di tiro!
III.
A tutti questi divertimenti, e perfino ai più umili, anche a quello della caccia al grillo il giorno dell'Ascensione alle Cascine, partecipava con la Corte il bel mondo che — come dice lo Stendhal — metteva in pratica la grand'arte d'esser felice, senza neppur sapere quanto sia difficile il possederla.
La società elegante, la nobiltà e la cittadinanza più ricca non sdegnava di restare a Firenze molta parte dell'anno. In campagna a villeggiare si andava soltanto in maggio e in giugno, ritornando in città per il Corpus Domini e per le Feste di S. Giovanni. E in città, nei palazzi e nelle case antiche, in quelle vecchie strade dove ne' solleoni senti uscire dalle cantine e dai cortili un frescolino che par quasi alitare dalle pietre come vi fosse dentro conservato da secoli, — non temevano gli ardori canicolari e non sentivano il bisogno nè delle bagnature, nè dell'aria di montagna. I bagni eran soltanto per i malati sul serio; e i medici non conoscevano che la virtù terapeutica dei Bagni di S. Giuliano e delle Terme di Montecatini; e ci spedivano chi ne avesse bisogno, e non, come ora, tutta la famiglia. In campagna si tornava dopo la SS. Annunziata (15 d'agosto) e ci si restava fino a S. Michele (29 settembre), senz'altri svaghi che la solita partita, il paretaio o la caccia a tempo e luogo, qualche ballonzolo campestre per la vendemmia, e i dilettevoli giuochi di società come la berlina e il tibidò.
D'inverno in città si tenevano le conversazioni, ricevimenti alla buona dove si giuocava al terzilio, alle minchiate, a' quadrigliati, a calabresella, al whist ed all' hombre, si faceva un po' di musica con forte-piano, cembalo, violini, violoncelli e cantanti da camera, e si giravano rinfreschi, sorbetti, acque, sciroppi, e qualche volta il thè. D'estate si riceveva in giardino, e si passava il cocomero in diaccio. La padrona di casa riceveva in abito accollato; perchè in giubba e in décolleté non si andava che a feste per inviti in iscritto.
Fra i salotti più antichi, quello della contessa d'Albany, che abitava, com'è noto, nel Palazzo Gianfigliazzi in Lungarno. Negli ultimi anni, la Contessa ed il Fabre eran diventati molto agri, lei in ispecie, fosse la politica o la vecchiaia o l'uggia di vedere che tutti la rispettavano, fuori che il tempo. I sabati della Contessa erano frequentatissimi dai forestieri, dai diplomatici e dai Fiorentini, che bofonchiavano un maligno epigramma:
Lung'Arno ammirano i forestieri
Una reliquia del conte Alfieri.