Una sera, coi fratelli Robilant, arrivati allora in Firenze ci capitò, dopo la Pergola, anche Massimo d'Azeglio, che le sentì dire, rivolta al principe Borghese: « A quelle heure viennent ces Messieurs! » L'Azeglio, incenerito da quel fulmine, si tirò indietro e s'accostò al conte di Castellalfero, ministro sardo in Toscana, che essendo sera di gala portava il grande uniforme tutto ricamato con gran cordoni e croci e patacche di brillanti e che l'accolse con l'usata benevolenza. Rinfrancato, venne all'Azeglio l'idea di pigliare da un vassoio un gelato, di quelli durissimi, che si chiamavano allora mattonelle, e che voleva rappresentare una pèsca. «Io mi trovavo proprio a petto al Conte, scrive l'Azeglio, e mentre cerco col cucchiaino d'intaccare la mia pèsca, ecco che mi schizza di sotto come un nocciolo di ciliegia pizzicato, la vedo balzare sul gran cordone del Ministro, e dal cordone rimbalzare sul tappeto e rotolare fin davanti alla contessa d'Albany. — Mi pare di correre ancora! e fu quella la mia ultima visita!»

Morta la Contessa nel 1824, la sua perdita alla maggior parte dei nostri e degli stranieri, fu meno sensibile che non doveva. La società buona in tutti i paesi, osservava Gino Capponi, che fu assiduo di quel salotto, è un mauvais lien avoué, e si reputa virtù il dir male di quelli che si frequentano più.

Ma, di case ospitali, a Firenze non c'era penuria. La marchesa Clementina Incontri, nata di Prié, coltissima dama, apriva il suo palazzo di via de' Pucci alla più eletta società, e vi convenivano i Piemontesi più specialmente e i letterati. In casa Incontri, come in casa Rinuccini, le persone più istruite e più liberali eran le meglio accette; perchè coteste due famiglie fin dai tempi dei Francesi furon l'anima del partito rinnovatore italiano e parteggiavano per Eugenio Beauharnais, vagheggiando e caldeggiando la riunione della Toscana al Regno Italico. Il marchese Pier Francesco Rinuccini e il marchese Lodovico Incontri erano stati in gioventù benissimo accolti in casa del ministro Tassoni, che rappresentava il Vicerè d'Italia presso la Regina d'Etruria e dipoi presso il Governo provvisorio francese e la granduchessa Elisa Baciocchi. Le tradizioni liberali delle due famiglie, apparvero anche nei parentadi, perchè le tre figlie del Rinuccini andarono spose una al marchese Trivulzio di Milano, una a don Neri Corsini marchese di Lajatico e la terza all'emigrato pontificio marchese Azzolino; mentre una delle figlie di Gino Capponi ebbe per marito il figlio del marchese Lodovico Incontri.

In casa Rinuccini, così nel palazzo d'oltrarno come nella villa alla Torre a Quona, si coltivava la musica e si facevan recite memorabili. Nel teatrino della Torre a Quona, ne rimasero e forse ne durano ancora i ricordi, nei vestiari coi quali le damine e i cavalieri d'allora si trasformavano nei personaggi del Goldoni, del Giraud o del Nota.

Un tempo, il marchese Pier Francesco Rinuccini mise in voga le cene, che si facevan d'estate, in carrozza, con allegre comitive, andando qua e là ne' dintorni, ne' freschi delle notti stellate. Le cene duravano fin quasi all'alba, i palazzi restavano muti e abbandonati nell'assenza dei padroni. Una notte, il marchese Pier Francesco, tornato a casa all'improvviso, non trova nessuno in porteria, sale le scale quasi a tastoni, entra nel quartiere che vede illuminato, e gli si presenta dinanzi un servo con un vassoio pieno di rinfreschi.

— Che cosa fate? dove andate? — gli grida.

Il servo allibisce. Il Marchese si fa innanzi, spalanca una porta e vede nel salone una scena singolarissima: coppie che ballavano, e che al suo apparire rimasero di stucco. I servitori e le cameriere, la guardaroba, l'anticamera, la cucina e la scuderia, facevano da padroni, e se la scialavano allegramente.

Qualche ballerina svenne, e il Marchese durò gran fatica a fare il serio ed il burbero.

Ma d'andar fuori a coteste cene, d'allora in poi, passò la voglia a lui e agli amici.

La bonarietà indulgente de' patrizi non veniva mai meno. Se il Granduca andava fuori a passeggiare a piedi, con lo scialle sul braccio, reggendosi l'ombrellino; i signori non erano meno cordiali, espansivi, alla mano. Anche nelle case più nobili si riceveva persone d'altro ceto, e il giovedì e la domenica c'era sempre in tavola la posata o per qualche sacerdote, o per qualche artista o letterato, che riferiva le notizie correnti e restava la sera a far la partita. Le spese non erano grandi: la tavola abbondante ma senza spreco; i vini forestieri venner di moda più tardi coi nuovi ricchi, e le gole toscane si contentavano del vermutte, del vin santo e del trebbiano, spremuti dai vigneti fiorenti, ancora immuni dalla crittogama e dalla peronospora, celebrati dal Redi e dal Carli.