Per abbozzare alla meglio un quadro della vita fiorentina in quegli anni, riferirò alcuni passi d'una lettera scritta da Vienna nell'aprile del 1822 al senatore Giovanni Degli Alessandri, presidente dell'Accademia di Belle Arti e direttore delle Gallerie, dal conte Angelo Maria D'Elci, grande e benemerito bibliofilo e poeta satirico mordace. Il D'Elci che donò la sua ricchissima collezione di libri rari alla Laurenziana, era un feroce codino, che salutò con gioia la caduta di Napoleone e il ritorno del paterno regime: era altresì assai sciolto e libero nello scrivere, e le lettere all'Alessandri, sono assai più salate degli epigrammi che pubblicò. «Quanto all'uniformità e monotonia della vita quotidiana che costì si mena, credetemi che è la stessa cosa anche qua a Vienna; colla sola differenza che costì tutto si fa in piccolo e in brutto e qua in gigantesco e magnifico. Costà si giuoca e si perde al più cinque paoli per sera: qua si giuoca pure e si perdono 4 o 500 zecchini. Parlo di giuochi di società: hombre, whist, ecc. Quando l'Ambasciatore di Napoli dà pranzi, ogni pranzo costa circa 3 o 400 zecchini. Quindi i principali signori sono gottosi, malsani e s'abbreviano e s'infelicitano la vita col mangiare, col bevere e con gli stravizzi. Tutto ciò si fa anche in Firenze, lo so; ma finalmente non ci si spende tanto. Non vi parlo del lusso di cavalli, di carrozze, di livree, di mobili, nè della magnificenza dei debiti e dei fallimenti. In Firenze nel corso di tutta la mia vita non ho veduto altro fallimento che quello del Sassi, che abbia fatto onore al paese.... » E prosegue brontolando contro quello che rovina ogni buon principio, divora le sostanze, impedisce l'istruzione, sovverte le famiglie, e turba l'amministrazione pubblica e la privata. «A parer mio, questo gran disordine è l' epicureismo, e credetemi che l'ozio, la negligenza, l'ignoranza, la corruzione, l'ambizione stessa viene dall'eccessiva voglia di divertirsi per fas e per nefas.»
Ma questi rimbrotti codini, non del tutto immeritati, dovevano rivolgersi piuttosto a Vienna, che a Firenze, dove la corruzione elegante delle grandi metropoli trovava una gran rèmora nella parsimonia dei sudditi e nel governo del Granduca. Non dirò che a Firenze imperasse la musoneria sanfedista; ma la sbrigliatezza del vivere vi era ignota o quasi. Tutti i divertimenti consistevano nelle feste, nei teatri e nei ricevimenti. A casa Mozzi, sotto l'impero della bella contessa Teresa, nel palazzo in cui fu ospite nel 1304 il Cardinal da Prato, e nel giardino che in boschetti discreti s'inerpica sulla Costa, l'ospitalità praticavasi con grande larghezza.
La belle italienne, come la chiamò Napoleone, ammirandone le forme venuste, avrebbe meritato un inno del Foscolo, se alle tre Grazie la Mitologia neoellenica ne avesse aggiunta una quarta, quella sacra al piacere. La società che affollava i salotti o sperdevasi sapientemente in giardino, era un po' mista, senza soverchio sussiego, come l'indole della padrona di casa consentiva.
Anche da ricordare le signorili ospitalità delle marchese Luisa e Margherita Panciatici, in via Larga, nel palazzo che sta in fronte a palazzo Riccardi. — Quelle di casa Tempi nel palazzo di via de' Bardi, ora Bargagli, dove conveniva la società elegante, mondana, e si combinavano matrimoni, preparati, agevolati dalla cortese indulgenza della Marchesa. Quelle di casa Orlandini, nel cui palazzo ebbe più tardi dimora Girolamo Bonaparte conte di Monfort.
Ma rinomatissimi erano i lunedì d'un'altra gentildonna, le cui conversazioni frequentò nel 1812 e nel 1813, mentre fu a Firenze, un gran corteggiatore di donne, Ugo Foscolo, che la immortalò nelle Grazie. Ricordate?
Leggiadramente d'un ornato ostello
Che a Lei d'Arno futura abitatrice
I pennelli posando edificava
Il bel fabbro d'Urbino, esce la prima
Vaga mortale, e siede all'ara: e il bisso