Esisteva un avanzo di Comitato Filelleno a Parigi, mutatosi in dilettante cosmopolita di rivoluzioni e in promotore di risurrezioni di popoli latini da opporre alla Santa Alleanza delle Potenze del Nord. Non era una setta, ma s'intendeva colle sètte, le dirigeva, e si teneva in segreti rapporti coi liberali più noti e più operosi d'ogni paese.
Inutile dire che il capo di questo permanente Olimpo rivoluzionario era il signor di Lafayette, da mezzo secolo impresario di rivoluzioni.
Un'ambizione satanica spinse persino Francesco IV di Modena a prestar orecchio agli incitamenti di quel Comitato e la Carboneria per mezzo di Enrico Misley, un modenese d'origine inglese, strano tipo di commesso viaggiatore delle cospirazioni, inciampò in questo intrigo, di cui Ciro Menotti fu la più nobile vittima, perocchè quando al Comitato di Parigi s'accostarono i congiurati Orleanisti e le giornate di luglio ebbero surrogato Luigi Filippo a Carlo X, il Duca di Modena pensò bene di levar subito i piedi dal mal passo e propiziarsi l'Austria, se mai diffidava di lui, dando addosso ai suoi amici del giorno innanzi.
Il 3 di febbraio 1831, appena fu notte, circondò la casa di Ciro Menotti, dove sapeva adunati i congiurati, e sfondandone a cannonate la porta, li ebbe tutti in sua mano, nonostante l'accanita resistenza, che opposero. La notte stessa il Duca scriveva al Governatore di Reggio una letterina, che è un gioiello: «questa notte è scoppiata contro di me una terribile congiura. I cospiratori sono in mia mano. Mandatemi il boia.»
La notizia di ciò ch'era accaduto a Modena, fece rompere ogni indugio ai cospiratori di Bologna. L'occasione pareva propizia, e non bisognava lasciarla passare. Era tempo di Sede Papale vacante per la morte di Pio VIII, ed ai rivoluzionari romagnoli questo interregno è sempre parso molto opportuno alle sommosse. I cardinali erano in conclave, ma a Bologna, quando la Rivoluzione scoppiò, non si sapeva ancora della elezione di Gregorio XVI. Oltredichè il governo di Luigi Filippo bandiva forte e piano, dalla tribuna parlamentare col Lafitte, il Dupont de l'Eure, il generale Sebastiani, che la politica estera della nuova monarchia si fondava sul gran principio del non intervento, ed all'orecchio degli esuli, degli emissari italiani e dei loro amici francesi sussurrava che procedessero pure avanti tranquilli e che la Francia avrebbe impedito all'Austria di muoversi.
Guglielmo Pepe, con in tasca tanto di lettere del maresciallo Gérard, del generale Lamarque e del Lafayette cercava già di mettere assieme armi ed armati per accorrere in aiuto della sollevazione.
A Bologna quindi, i cospiratori, per non perder più tempo e profittare di tal cumulo di buone fortune, la notte del 4 febbraio 1831 occuparono la piazza maggiore e atterrito con grida sediziose un pusillo balordo di Prolegato Papale, che si chiamava monsignor Paracciani-Clarelli, in poco d'ora l'ebbero persuaso a cedere il governo ad una commissione provvisoria, di cui gli dettarono i nomi ed a cui egli diede tutti i poteri.
La rivoluzione era bell'e fatta, e come una striscia di polvere da fuoco, accesa dall'un de' capi, divampò in un baleno e s'estese a tutto lo Stato pontificio da Bologna a Ferrara, nelle Marche e nell'Umbria.
Secondo l'aritmetica del Pani Rossi era la 166ª volta, che questi popoli si scuotevano di dosso il giogo papale!
A così spaventevole facilità anche il Rogantin di Modena s'impaurì e scappò a Mantova, traendosi dietro Ciro Menotti, del cui silenzio si volle poi assicurare facendolo strangolare, e Maria Luigia riparò da Parma a Piacenza. Ecco dunque Modena e Parma libere anch'esse.