Ciò che più importa, come precedente storico, è che riunirono a Bologna un'assemblea di tutte le Provincie ribellatesi, la quale solennemente confermò cessato il dominio temporale dei Papi, diede forma rappresentativa al governo, creò un Ministero responsabile e finalmente comandò che le truppe (quelle che c'erano!) marciassero alla volta di Roma.
I fatti d'arme della rivoluzione del 31 si possono distinguere in due gruppi: quelli del generale Sercognani e quelli del generale Zucchi, ma notevolissimo è il riapparire nel piccolo e sprovveduto esercito di questo Governo delle Provincie Unite, come s'intitolò, di tanti veterani dell'esercito napoleonico, molti dei quali neppure all'appello del Murat nel 15 si erano mossi. Il Sercognani, lo Zucchi, l'Armandi, il Grabinski, il Molinari, il Ragani, il Guidotti, il Pasotti e tanti altri erano tutti vecchi soldati di Napoleone.
Il Sercognani espugnò Ancona; espugnò, per modo di dire, giacchè il Papalino, che la difendeva, si arrese dopo due giorni per mancanza di viveri.
Le scaramuccie del Sercognani a Borghetto, a Calvi, a San Lorenzino, alle Grotte sono poco importanti. Egli giunse però sino ad Otricoli e lo spavento in Roma fu tale, che il Papa, quando seppe il Sercognani così vicino, fece liberare i poveri detenuti politici di Civita Castellana (lo Spielberg del governo pontificio) alcuni dei quali erano condannati in vita. La paura lo rendeva clemente! Perchè non corse allora il Sercognani su Roma e si fermò invece a badaluccare a Rieti, che facea mostra di resistere? Il fatto è dubbio ed oscuro; e l'episodio, che più rimane alla storia, è che col Sercognani militavano i due Bonaparte, figli della regina Ortensia, Napoleone e Luigi Napoleone, quegli che fu poi Napoleone III.
A San Lorenzino Napoleone III fece le sue prime armi. (Povero Napoleone III! Non se ne dimenticò mai più, e non lo dimentichiamo noi, perchè saremmo peggio che ingrati!) Avvenne, che nel dar la caccia a una torma di briganti ciociari, reclutati dal cardinal Bernetti in difesa del trono e dell'altare, Napoleone colla pistola in pugno fe' cader di mano il trombone ad uno, che lo avea preso di mira, e passando oltre gli disse: « va'! che ti dono la vita!» In quella un altro ciociaro, raccolto il trombone caduto, glielo appunta alle spalle e se non era un maresciallo Martelli dei carabinieri, che con una sciabolata lo stese morto, quelle prime armi di Napoleone III erano le ultime, e San Lorenzino avrebbe impedito Magenta e Solferino.
L'altro gruppo di fatti d'arme appartiene al corpo dei volontari guidati dal generale Zucchi, ed è più glorioso, perchè fu contro gli Austriaci (nemici più degni dei Papalini), ma segna altresì la fine della Rivoluzione.
Il general Zucchi non fu nominato comandante in capo, che quando già si sapeva delle mancate promesse di Francia e dell'intervento Austriaco. Poco dopo il Governo delle Provincie Unite riparò da Bologna in Ancona. Ma ecco sopraggiungere in gran forze gli Austriaci, che già aveano occupata Bologna il 21 marzo. Lo Zucchi si preparò a resistere a Rimini, ove tenne testa con poco più di 1200 uomini a sei o settemila austriaci, comandati dal generale Geppert. Aspra fu la battaglia combattuta il 25 marzo, la più gloriosa giornata di tutta la Rivoluzione del 1831. Lo Zucchi si ritirò in buon ordine e si disponeva a ridar battaglia in migliori condizioni alla Cattolica, ma il giorno stesso il Governo delle Provincie Unite avea, per consiglio del suo Ministro della Guerra, l'Armandi, deliberato in Ancona di capitolare col Legato del Papa; capitolazione in piena regola, sottoscritta solennemente hinc inde il 27 di marzo e disdetta poi dal Papa e dall'Austria con un buon accordo, che fa il più grande onore alla lealtà di tutti e due.
Contando dal 4 febbraio, che la rivoluzione scoppiò, al 21 di marzo, che gli Austriaci entrarono in Bologna, la Rivoluzione del 1831 si suol chiamare in Bologna e in Romagna la Rivoluzione dei 44 giorni. Ma sarebbe più giusto chiamarla dei 48, perchè, se avea vissuto un po' alla spensierata, a Rimini almeno un pugno di volontari, armati alla peggio, lottò valorosamente contro un nemico agguerrito e soverchiante e salvò l'onore del nome e delle armi italiane.
Contuttociò le Rivoluzione del 31 trovò negli storici e negli statisti giudici severissimi, ed ironie e dispregi, dei quali amaramente si risentirono gli onesti e buoni patriotti, che vi presero parte, e che, se errarono (e certo errarono molto), non meritavano ad ogni modo d'essere trattati così. Chi può dar loro torto del tutto d'aver creduto alle promesse e alle parole della Francia? Il massimo loro errore è di averci creduto troppo, d'aver creduto solo in quelle, e d'aver troppo persistito a crederci, mal giudicando l'indirizzo di tutta la politica Europea, che già nettamente si disegnava, ed a cui apertamente s'associava lo stesso Luigi Filippo, quando ai primi di marzo al Lafitte sostituiva Casimiro Perier. In politica è bene credere non a una, ma a due o tre cose ad un tempo, e meglio poi ancora non credere a nessuna! Il Perier, non volgare statista di certo, osava alla tribuna Francese spiegare il principio del non intervento così: «non vuol già dire che noi faremo la guerra a chi lo violi, bensì che noi non interverremo ad aiutare i popoli sollevativisi contro i loro legittimi signori, se non c'è di mezzo un interesse Francese.»
Ah la grazia! Altro che casuistica dei Gesuiti!! E concludeva: «il sangue dei Francesi non appartiene che alla Francia!» Nel che aveva perfettamente ragione.