Intanto la piazza, non potuta liberare dalla flotta greca, era sempre più stretta dai Turchi, ormai non più che a cento passi dal muro. Allora si pensò a rinforzare il presidio dell'isoletta di Sfacteria alla bocca del porto, e vi fu mandato un centinaio di uomini: uno di essi volle essere Santorre. Era il 7 di maggio. La mattina dipoi egli avvisava il Collegno della possibilità d'uno sbarco sull'isola: questo lo effettuavano i nemici poche ore dopo, e a mezzogiorno l'isola era occupata da Soliman bey. Dei milledugento uomini che la difendevano, alcuni avean potuto essere raccolti da navi greche che bordeggiavano nel porto: due si salvarono a nuoto, e riferirono che molti altri, traverso un guado al nord dell'isola, avean fatto capo a Navarrino vecchio. Ma il dì 10 anche quel castello era in mano dei Turchi. Navarrino, dopo tentate le estreme difese (e il Collegno, ferito a un braccio, proponeva di farsi tutti seppellire fra le rovine della cittadella), dovè trattare la resa. Ai parlamentari, che il dì 16 andavano al campo nemico, si univa il Collegno, unicamente per rintracciare, Dio sa con che cuore, il suo povero amico. Cortesissimo alle sue istanze, Soliman bey ne fece inutilmente premurose ricerche. E mentre il Collegno attendeva, ecco farglisi innanzi dalle file dei Turchi un vecchio con lunga barba, ed esclamare: «Come! Santarosa a Sfacteria! ed io non averlo saputo! e non aver potuto, per la seconda volta, salvargli la vita!». Era quel polacco, che lo aveva, quattr'anni prima, strappato dalle mani de' carabinieri di Carlo Felice; e ora, dopo avere per la libertà combattuto in Francia, a Napoli, in Piemonte e col Collegno stesso in Spagna, era soldato d'Ibrahim pascià per la tirannide turca: infelici venturieri, e ve n'erano altri, pur troppo, anche italiani, sotto le medesime insegne e col medesimo passato, sospinti al basso dalla miseria e dalla disperazione, come al Collegno confessava l'ex-colonnello polacco, e due grosse lacrime gli solcavano le guance abbronzate. Del resto anche i Turchi autentici conoscevano il nome del Santarosa; e «mi guardavano tristamente,» scrive con alta umana nota il valoroso Collegno «e avevano compassione di me che venivo a cercare l'amico, probabilmente ormai morto».
E così era infatti. Un soldato, due giorni dopo, dichiarò di averne veduto il cadavere: un paio d'occhiali eran passati per le mani di altri soldati; e solo fra i difensori di Sfacteria che portasse occhiali, si accertò essere il Santarosa. Corse voce che lo uccidesse alla bocca d'una caverna un rinnegato maltese: e ben si addiceva tale uccisore all'uomo che fu esemplare di intemerata fede ai più alti ideali, religiosamente osservata e suggellata col sangue.
Il Collegno, dopo la resa della piazza, offeso e amareggiato dalla diffidenza dei capi Greci, la quale si accrebbe dopo la cavalleresca accoglienza che il bey e il pascià gli avevan fatta nel campo; e più ancora dolente de' loro portamenti verso la persona e la memoria del Santarosa; partiva. Pur troppo egli potè dire di aver trovato al nome dell'amico maggior compianto nelle tende musulmane, che tra le schiere di coloro pe' quali essi erano venuti a combattere. In quello stesso anno 1825, celebrandosi in Napoli di Romania solenni esequie ai caduti di Sfacteria, quel nome nella orazione funebre non trovò luogo: e tarda, inadeguata, ammenda erano queste parole d'una gazzetta ellenica: «L'amico operoso dei Greci, il conte di Santarosa, è caduto da valoroso in quella battaglia. La Grecia perde un amico sincero della sua indipendenza, e uno sperimentato ufficiale; le cui cognizioni e l'attività avrebbero potuto esserle grandemente utili nella presente guerra.» Le ultime parole che si seppero di Santorre furono da lui dette a un filelleno francese, la mattina del dì 8, appena sbarcato il rinforzo: «I nostri amici stan bene: io son venuto col capitano Simo per afforzare questo punto capitale della difesa: mi trovo fra questi Greci molto a disagio, poichè il mio greco antico non m'aiuta a intendere una loro parola. Il peggio è che fra questa gente c'è un gran disordine: non ne spero nulla di buono.» «Venite con noi alla batteria» gli disse il Francese, che era addetto allo stato maggiore del principe Maurocordato. «No,» rispose il Santarosa «voglio vedere i Turchi un po' da vicino». E rimase.
VII.
La funesta notizia l'ebbe prima, a Parigi, l'Ornato; e da lui, in Torino, il Provana. Questi riaperse il giornale dei Quattro, e con mano tremante, con quello strazio che non ha lacrime, vi scrisse: «Oggi, Santorre mio, ebbi notizia della tua morte. Della tua morte! No, non sarà; no, non è. Tu ottimo uomo, padre amorevole, sì necessario ai tuoi figli! Io, pianta inutile! Scrivo di te a te in questo quaderno da tanti anni non più avvezzo a recare le tue e le mie parole. Oh mio Santorre, oh amico! Son io colpevole del tuo esilio? Oh perdonami! Oh potess'io piangere di te siccome mi addoloro!» E l'Ornato al Provana scriveva: «Non lo rivedremo più su questa terra.... Non la rivedremo più quella lealtà d'amico, quella fortezza di prode, quella devozione d'uomo onesto al dovere.... Egli ha pagato intero il suo debito, e più che il suo debito.... Solo resta ch'egli viva in noi....»
E visse anche nel suo Cousin. Fu per lui che, alcun tempo dopo, il colonnello Fabvier pose nell'isola fatale, proprio al luogo dove si crede che Santorre cadesse, un ricordo «al conte Santorre di Santarosa, ucciso il 9 maggio 1825». Fu il Cousin che nel 1838, ricaduto malato e credendosi vicino a morte, consegnò in pagine fragranti dei più generosi affetti, i ricordi dell'amico proscritto, e li raccomandò al Principe della Cisterna. E fino dal 27 uno dei volumi del suo Platone porta in fronte con la data «Parigi, 15 agosto 1827» questa nobilissima dedica: «Alla memoria del conte Santorre di Santarosa, nato a Savigliano il 18 settembre 1788, soldato a 11 anni, e volta a volta ufficiale superiore e amministratore civile e militare, Ministro della guerra nei fatti del 1821, autore dello scritto intitolato De la révolution piemontaise, morto sul campo d'onore il 9 maggio 1825 nell'isola di Sfacteria presso Navarrino, combattendo per l'indipendenza della Grecia: sfortunato dell'essergli falliti i più nobili disegni. Un corpo di ferro, uno spirito retto, una sensibilità squisita, una energia inesauribile, la superiorità della forza con l'attrattiva della bontà, il più puro entusiasmo della virtù che gl'ispirava secondo le contingenze un'audacia o una moderazione a tutta prova, il disdegno della fortuna e delle gioie volgari, la fede del cristiano coi lumi delle nuove idee, la lealtà del cavaliere anche nelle apparenze della rivolta, le doti di amministratore con l'intrepidezza del soldato, le qualità più opposte e più rare, gli furono inutilmente largite. Mancatogli un conveniente campo d'azione, mancatagli altresì un'intera conoscenza del suo tempo e degli uomini di codesto tempo, egli è passato come un personaggio romanzesco, mentre c'erano in lui un guerriero e un uomo di stato. Ma no, egli non ha prodigata la sua vita per ombre vane; ha potuto ingannarsi sul momento e sui mezzi, ma tuttociò ch'egli ha voluto si adempirà. No: casa Savoia non sarà infedele alla propria storia; la Grecia non ripiomberà sotto il giogo musulmano. Altri hanno avuto maggiore influenza sul mio spirito e le mie idee, ma lui mi ha fatto conoscere l'anima di un eroe: a chi devo di più, è a lui. Io l'ho veduto assalito da tutti i dolori che possano accogliersi nel cuore di un uomo: — esiliato dal suo paese, proscritto, confiscatigli i beni, condannato a morte da coloro che egli aveva voluto servire; sconosciuto, per un momento, e calunniato dalla più parte de' suoi; separato per sempre dalla moglie e dai figliuoli; sotto il peso de' più nobili affetti e de' più dolorosi; senz'avvenire, senz'asilo e quasi senza pane; trovar la persecuzione dove era venuto a cercare un riparo; arrestato, gettato in prigione, in pericolo di esser consegnato al suo Governo, che voleva dire al patibolo: — e l'ho veduto, non solamente incrollabile, ma calmo, giusto, indulgente, sforzarsi di comprendere i suoi nemici invece di odiarli, scusar l'errore, perdonare la debolezza, pensoso più d'altri che di se stesso, imporre a' suoi giudici reverenza, ispirare devozione ne' suoi carcerieri: e quando il patire si faceva più intenso, rimaner convinto che un'anima forte fa a sè il proprio destino, e che sventura vera non vi ha che nel vizio e nella viltà; — pronto sempre alla morte, ma affezionato alla vita per rispetto a Dio e alla virtù; forte del volere esser felice, riuscire quasi ad esserlo per codesta potenza di volontà, per la vivacità e la docilità della sua immaginazione, e la immensa simpatia del suo cuore. — Tale fu Santarosa. — O tu, che io ho troppo tardi incontrato, che tanto presto ho perduto, che ho potuto amare sempre senza misura e sempre senza rammarico, poichè tocca a me di sopravviverti, o Santorre, sii tu per sempre la mia stella».
Così da due Francesi ricevette onoranze supreme l'uomo che aveva cominciato ad essere italiano odiando nei Francesi i violentatori della sua patria. Oggi noi, che per entro alle parole di Vittorio Cousin sentiamo vibrare i palpiti del cuore di chi le scrisse; e di quel cuore altresì che, non più battendo, le sapeva di là dalla tomba ispirare; auguriamone all'avvenire non delle due sole genti latine di qua e di là dalle Alpi; ma di tutte quante la civiltà cristiana, se non dev'essere nome vano, ne concilii e congiunga; auguriamone che la nostra patria, questa patria al cui culto s'immolarono vittime così nobili e pure, questa patria, il cui trionfo è stato rivendicazione di libertà e di giustizia, sia, l'Italia nostra, forte per alleanze, dalle quali, altramente da quella in cui si profanò il nome di Santa, nulla abbia a temere la civiltà, nulla a sperare la barbarie.
VIII.
Il nome del Santarosa rimase memoria e simbolo d'ogni più alta e generosa idea. Tale fra noi; tale, affrettiamoci a dirlo, presso i Greci risorti a libertà.
Nel giugno del 1845 la censura austriaca proibiva il libro di Luigi Provana: Studii critici sulla storia d'Italia ai tempi del re Ardoino. E il Provana, sulla lettera che gli partecipava l'onorevole sentenza, scriveva: «Alla memoria onoratissima tua, Santorre Santarosa, amico mio, e quasi fratello, questa sentenza della censura austriaca, emanata contro il mio libro, dedico e consacro, come monumento della mia devozione verso questa nostra patria comune, per la quale tu, più felice di me, ponesti nell'isola di Sfacteria la vita, morendo per l'indipendenza della Grecia».