Questo differente stato morale della vecchia Italia si manifesta mirabilmente nella corruzione amministrativa di allora, così diversa da quella presente. Gli alti funzionari di allora erano quasi tutti nobili e ricchi, che amministravano per onore e che per un senso di probità e fierezza gentilizio non rubavano, ma lasciavano invece per buon cuore rubacchiare i piccini, che non potevano fare gran danno e che così si ingegnavano a viver meglio; mentre nella amministrazione borghese successa dopo, più colta ma formata da una classe in cui erano stimolate tutte le ambizioni e tutte le cupidigie, i piccoli doverono rispettare i centesimini, ma i grandi rubarono i milioni.... In questo consiste tutta la filosofia della storia del Banco di Napoli. Sotto il governo borbonico i piccoli impiegatucci del Banco si ingegnavano per spillar qualche quattrino dai clienti rendendo quei piccoli servigi che un impiegato può rendere ai clienti di una grande amministrazione; spesso anche trascuravano il loro ufficio per altri lavori. Ma l'amministrazione del patrimonio, affidata a grandi personaggi, era così rigorosa, le regole per gli sconti così severe, e così osservate, che dal 1818 al 1861 sopra una media annua di 69 milioni di sconti e prestiti su pegno, le perdite furono in media di 65,000 lire l'anno[9]. Dopo il 1860 gli uscieri e gli scribi poterono ingegnarsi meno; ma si ingegnarono troppo intorno al Banco altri amministratori, ben più avidi e malefici.

È facile capire come questa corruzione spicciola contribuisse a conservare lo Stato, perchè giovava agli umili e non metteva a repentaglio la prosperità pubblica. Cotesta era una corruzione conservatrice; mentre quella che successe poi fu una corruzione rivoluzionaria, che generando la miseria di molti, mettendo in mezzo alla società lo scandalo di poche grandi fortune fatte col furto, dissestò la fortuna pubblica e turbò il senso morale del popolo e fu uno stimolo a desiderare forme più perfette di Stato.

Se dunque anche la corruzione amministrativa contribuiva alla politica della stabilità eterna, che fu propria della vecchia Italia, la politica intellettuale le portò il compimento. Che la vecchia Italia fosse poco amica della istruzione popolare è notissimo, e lunghe dimostrazioni sarebbero inutili, se anche nella Toscana, che pure tra il 1830 e il 1848 fu il più civile degli Stati italiani, si trovavano dei borghi di 10,000 abitanti senza scuole[10]. Sennonchè questa politica intellettuale, fatta di semplice astensione, era possibile rispetto al popolino, che poteva restare illetterato e ignorantissimo; ma non rispetto alla classe media e all'aristocrazia, che qualche cosa dovevano pure studiare, per la necessità stessa della loro funzione sociale. Che cosa poteva dunque esser dato a studiare a costoro, tra il 1830 e il 1848, senza che gli studi fossero veicolo di idee empie, stimolo di ambizioni malsane? I vecchi governi avevano stabilito censure più o meno rigorose; ma tutti sanno che il contrabbando delle idee è il più facile di tutti. Perciò quei governi apprestarono un'altra difesa, più potente: l'istruzione classica, con carattere specialmente letterario. Nelle scuole frequentate dalla classe media e dalla aristocrazia (collegi, il maggior numero, e sempre con ecclesiastici per insegnanti) si insegnavano soprattutto il latino e l'italiano: si insegnavano bene, ma non si insegnava altra cosa. I nostri nonni imparavano davvero a leggere il latino e a scrivere l'italiano, l'italiano pretto dei classici, la pura lingua letteraria, la cui tradizione era conservata con molto zelo nelle scuole dei vecchi governi, anche di quelli stranieri, come l'austriaco. Fedeli in tutto alla tradizione, i vecchi governi erano in filologia puristi: cosicchè sino al 1848 tutte le scritture degli uomini colti furono scritte in pretto italiano, dalla requisitoria del poliziotto austriaco che voleva mandare sul patibolo il Confalonieri, ai libri dei medici, degli scienziati, degli eruditi. La rivoluzione nazionale imbarbarì poi la lingua in quel gergo bastardo in cui oggi si scrive ogni cosa: le leggi, i giornali, il maggior numero dei libri, e dal quale bisognerà trar fuori una nuova lingua letteraria, nostra e bella, viva e limpida, che non sia nè la lingua arcaica ora in uso in una certa letteratura, nè il miscuglio fangoso in cui si appesantisce il pensiero del maggior numero degli altri scrittori. Era quella dunque una coltura tutta letteraria, che insegnava a curare una forma la quale doveva restare vuota di ogni contenuto di idee vive e di cui il maggior numero degli uomini colti del tempo si accontentava; perchè gli uomini si appassionavano per le questioni sostanziali nei tempi di rapidi e molteplici mutamenti sociali, per le questioni formali nei tempi di universale osservanza delle tradizioni. D'altra parte l'educazione puramente letteraria, il culto della forma, il classicismo, cioè l'ammirazione delle opere antiche professata secondo certi canoni fissi, convengono interamente a una società che vive di tradizioni, perchè sono una scuola eccellente dello spirito di conservazione. Gli uomini hanno immaginato mille prigioni per serrarci dentro la infinita energia espansiva e sovvertitrice del pensiero umano; le carceri, la povertà, l'infamia, la morte; sempre invano però! perchè una sola è la prigione capace di contenere il pensiero: il carcere di formole irrigidite, la gabbia di parole che hanno perduto il loro significato, il sepolcro di antiche scritture ormai vuote di senso. Dal momento in cui le classi colte di un paese si danno a curare la propria lingua come una lingua morta e a lavarne continuamente il cadavere; quando esse prendono a considerare certi capolavori della loro arte antica come i tipi perfetti soli ed eterni della bellezza, che si devono ricopiare indefinitamente, senza tentar cose nuove che sono di per sè inferiori alle antiche, il loro spirito si chiude alle novità sostanziali, ripugna ai rivolgimenti ideali che precedono o almeno accompagnano i rivolgimenti sociali. Il Settembrini si meravigliava che il governo borbonico lasciasse il Puoti, il celebre purista di Napoli, insegnare a 300 giovani l'amore dei trecentisti, dimostrando ancora una volta la nobile ingenuità del suo animo e la abilità del governo borbonico; il quale sapeva che quei limatori di aggettivi, quei futuri puristi che sarebbero caduti in convulsioni a udire un francesismo, sarebbero stati quasi tutti buonissimi conservatori, salvo pochi così perversi che sarebbero usciti liberali anche dalla educazione del più fanatico prete. In un certo senso, i più formidabili baluardi della vecchia Italia contro l'avvenire erano allora l'Accademia della Crusca e la Rettorica di Aristotele; perchè gli studi letterari servirono fino al 1848 a cristallizzare le idee degli Italiani, come lo studio del Corano serve a cristallizzare quelle dei Turchi. Negli studi della letteratura classica si preparava il personale delle amministrazioni italiane di quei tempi, come adesso con lo studio del Corano si prepara la burocrazia turca; e così quel personale riesciva facilmente pieno di un fanatico spirito conservatore, che metteva in armonia l'amministrazione con il governo.

Infine la vecchia Italia trovava le ultime seduzioni alla neghittosità sociale, nella universale pigrizia e gaiezza. La vecchia Italia era poco laboriosa e allegra; sapeva asciugar presto le lagrime e non conosceva quegli esaurimenti ereditari che hanno tanto incupito, dopo, il carattere italiano. I proprietari abbandonavano le terre ai fattori e ai coloni, non passavano in campagna che qualche mese di autunno, ma non per sorvegliare i contadini in un lavoro di cui essi del resto non sapevano nulla, ma per convitare gli amici e divertirsi; poi tornavano, alle prime nebbie invernali, in città, a oziare tra il caffè, la piazza, il salotto e il teatro. Un principio di rivolta contro questa neghittosità si nota qua e là tra il 1830 e il 1848; ma sono voci solitarie che ammoniscono un popolo di sordi. Nel 1845 si istituisce a Ravenna una società di agricoltura, di cui fu presidente il conte Pasolini; tra il 1840 e il 1848 si discusse molto in Toscana nella Accademia dei Georgofili, e il Salvagnoli rimproverò aspramente ai «possidenti di ogni classe» la loro «vita oziosa e improduttiva»[11]; anzi il marchese Cosimo Ridolfi volle dare un esempio, ritirandosi sulle sue terre a istruire i contadini[12]. Proposito ed esempi singoli, che non trovavano imitatori, mentre la classe media — professionisti e impiegati — imitava l'ozio dei grandi, lavorando dolcemente, attendendo soprattutto al teatro, al giuoco del pallone o del biliardo. Il popolino degli artigiani applicava per conto suo un regime igienico di lavoro, senza intervento di ispettori governativi e di leggi sociali, ribellandosi a ogni disciplina rigorosa di lavoro, prolungando al lunedì le baldorie della domenica, osservando tutte le feste sacre e profane.... Innumerevoli erano del resto le feste di rito, quelle in cui i lavoranti riposavano, i mercanti chiudevano bottega, gli impiegati e gli scolari restavano a casa: tutti i momenti interveniva dal cielo qualche santo o santa a concedere per un giorno amnistia da quella pena del lavoro, a cui Dio condannò l'uomo nel paradiso terrestre. Forse solo la Turchia può oggi esser paragonata alla vecchia Italia, come società in cui le feste si seguano fitte, e in cui la vacanza sia una delle istituzioni cardinali dello Stato. L'ozio infine era tanto considerato come la condizione regolare della vita, che la vecchia Italia tollerava con indifferenza torme immense di mendicanti. L'elemosina era, nella vecchia Italia, una istituzione sociale organizzata da usi e leggi nelle case dei ricchi, nei conventi e nel governo, in grazia della quale prosperava un numerosissimo ceto di mendicanti. Nelle grandi città, nelle medie, nelle piccole, nelle grosse borgate di campagna vivevano torme di proletari oziosi, senza terra, senza arte, senza volontà di lavorare; vagabondi un poco per necessità, un poco per elezione; che si facevano nutrire e vestire dai ricchi, dai conventi e dal governo; che si aiutavano con furtarelli e professioni immonde, quali il lenocinio e la prostituzione[13]: torme superstiziose e violente che i governi accarezzavano e fustigavano, che a più riprese aizzarono sui novatori: vero semenzaio di criminali, che provvedeva il miglior personale alle bande di briganti, numerosissime e audacissime nelle campagne di quasi tutta Italia; e alle associazioni di malfattori, a volte, come la camorra, potentissime nelle città. Questa miseria oziosa, palude di abiezione che la nuova Italia, riescì in parte a prosciugare, non pareva ai vecchi governi dovesse esser curata, cercando di indurre quei vagabondi al lavoro; essi si credevano invece tenuti a sovvenir loro con le elemosine, a incoraggiarne cioè le inclinazioni all'ozio.

Tempi bizzarri! Perfino le ferrovie, che proprio in quei tempi cominciarono a comparire in Italia, non furono, prima del 1848 e specialmente nel regno delle Due Sicilie, che un pretesto di elemosine al popolino. Pochi fatti possono far meglio capire la natura di quei vecchi governi e mostrare come da un paese all'altro si possa falsare il carattere di una istituzione, che l'amministrazione delle ferrovie borboniche prima del 1848, e il modo con cui esse furon ridotte a esser quasi una succursale dei conventi e un pretesto per distribuire zuppe al popolo. La prima linea di ferrovie, la Napoli-Torre Annunziata risale al 1840: da questo anno al 1848 si costruirono in Italia solo 223 chilometri di ferrovie, di cui 113 nel regno delle Due Sicilie, 45 in Lombardia e 65 in Toscana. La vecchia Italia diffidava delle ferrovie; Ferdinando II le considerava come funeste al popolino, cui avrebbero rincarato il vivere, promuovendo l'esportazione dei generi agrari; il governo pontificio resistè lungamente a ogni proposta di costruzione. I pochi chilometri costruiti nel regno delle Due Sicilie, erano come un giuocattolo per divertire il popolino: consistevano di poche linee nei dintorni di Napoli, di cui una, quella da Napoli a Caserta, congiungeva le due reggie e serviva soprattutto alla corte; le altre erano usate dal popolino specialmente per scampagnate domenicali. In conseguenza, l'amministrazione si era data cura di togliere dal divertimento le occasioni di scandalo: tutte le stazioni erano provviste di una cappella; per espressa volontà di Ferdinando II non si ammettevano tunnels, i pertusi, come egli diceva, perchè immorali; nelle terze classi i viaggiatori in giacca e coppola, quelli cioè che avevano il cappello e la giacca, godevano di un ribasso negato agli scamiciati, allo scopo di far viaggiare il popolino vestito decentemente. La stazione era una specie di fôro, dove il re, al partire o arrivando, dava udienza al popolo. Gli impiegati delle ferrovie erano tenuti in conto di sudditi fedelissimi; formavano una aristocrazia tra la plebe napoletana, distinta con un segno di favore speciale dalla Corte e dal Governo. Non i bisogni del servizio o la capacità, ma la protezione di persone potenti faceva ammettere tra quel personale; mancavano i ruoli dei funzionari; accanto agli ordinari si ammettevano indefinitamente i soprannumeri, accanto a questi gli aspiranti al soprannumerato. Il re li considerava come i suoi protetti e beniamini, ai cui capricci più fanciulleschi qualche volta, nei momenti di buonumore, amava piegarsi. Una volta i capisquadra della officina dei veicoli gli chiesero che concedesse a ogni squadra di costruire a piacere un vagone, perchè si impegnasse una gara di immaginazione e di abilità tra le varie squadre; avendo il re accolta la domanda e dato il denaro, questi operai si baloccarono per diversi anni a fabbricare vagoni di forme strane, di cui uno era ancor in uso dopo il 1860, tutto noce e ferri cesellati, con i propulsori che uscivano da gole di leoni. Così uno dei trovati più rivoluzionari del secolo diveniva per quei governi un balocco buono per trastullare il popolo[14].

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Ecco adunque chiaro che la opera vera della rivoluzione italiana fu di convertire una società dove tutto era tradizionale, in una società dove tutto fu instabile e mutevolissimo. È stato perciò un grande errore credere che la rivoluzione cominciata nel 1848 e finita nel 1870 sia stata solamente una rivoluzione nazionale; mentre il suo vero merito, quanto essa conteneva di pericoli e di possibilità future di grandezza, fu piuttosto nell'essere stata una rivoluzione antinazionale, che snazionalizzò il carattere della società nostra da quello che era stato negli ultimi due secoli. La rivoluzione fu nazionale in parte, in quanto si adoperò a rovesciare la signoria austriaca; ma in quanto si adoperò contro gli altri governi essa fu rivoluzione antinazionale. I governi della vecchia Italia erano per certe parti assai cattivi, ma non si può negare che fossero prettamente italiani, che rappresentassero tradizioni sociali e una forma di governo tutta nostra, che cercassero di conservare incontaminate la lingua e la coltura italiana. Come abbiamo visto, faceva parte dei loro stessi disegni di conservazione sociale l'avversione contro le istituzioni, le idee e le invenzioni quasi tutte straniere, che formano la civiltà moderna. La gloria appunto della rivoluzione italiana fu di aver rotto in guerra contro la tradizione locale, di aver parteggiato per istituzioni, idee e costumi forestieri; per le diverse filosofie razionaliste contro i rammodernamenti della scolastica tradizionali nelle scuole delle vecchia Italia; per il romanticismo contro il classicismo; per le ferrovie, la grande industria e la vita a larghi consumi, contro il modesto sempre eguale e ozioso vivere della vecchia Italia. La società della vecchia Italia, pur essendo prettamente italiana, si era mummificata, aveva ridotta la sua esistenza a una eterna e vuota ripetizione; come avrebbe potuto l'Italia rinascere e rivivere, se quella vecchia società non cadeva? Aver cominciato questa opera necessaria di distruzione è stata la gloria dei rivoluzionari del 1848. Lo so: questa rivoluzione fu compiuta in modo ben doloroso e con terribili sprechi e turbamenti di tutte le cose; ma è meglio si sia fatta così che se non si fosse fatta. I popoli hanno bisogno, di tempo in tempo, di questi rivolgimenti di istituzioni, costumi ed idee che rinnuovano il loro carattere. Come la merry England del secolo XVI è diventata la melanconica e puritana Inghilterra del XIX; come l'Italia del 500 non è più quella del 300, così l'Italia del secolo XX non dovrà esser più quella della prima metà del nostro secolo.

La vecchia Italia, ignorante, allegra e pigra non è più; l'Italia vuol farsi più laboriosa, più colta, più seria; più consapevole dei fini supremi della vita. Purtroppo noi siamo ancora lontani dal profondo e soave riposo del rinnovamento compiuto; noi siamo esausti dal sostenere l'immensa fatica del rinnovamento in via di farsi dentro di noi. Chi riconoscerebbe più nell'Italia contemporanea l'Italia grassa e gaia e triviale, la pingue comare che sino al 1848 divertì con i suoi carnevali l'Europa? La pingue comare è diventata esile come una santa dedita a discipline estenuanti. La terribile fatica la ha consunta; le sue mani si sono fatte diafane; le sue guancie si sono infossate, i suoi occhi scintillan di febbre, il suo spirito esausto è tormentato di tempo in tempo da allucinazioni terribili; il suo corpo da piccole ma dolorose convulsioni periodiche. È la prova da cui essa potrà uscire a una condizione superiore di salute, se non si avvilirà sotto la sofferenza presente e se saprà espiare utilmente gli errori passati.

IL BRIGANTAGGIO MERIDIONALE
DURANTE IL REGIME BORBONICO

CONFERENZA DI FRANCESCO S. NITTI.[15]