L'anno scorso, in luglio, io ero a Strasburgo, nella solenne città dei Nibelunghi, sacra pur nella leggenda al dissidio e alla guerra.

E, nella gentile ospitalità della famiglia di uno scienziato tedesco, si discuteva la sera della Germania e dell'Italia, dello stato sociale dei due paesi e di scienza e d'arte. Per quella strana curiosità che i paesi del sole svegliano sempre nelle genti del Nord, le fanciulle sopra tutto non mi chiedevano che del Mezzodì.

— Che nome ha la terra in cui siete nato? — mi chiese di un tratto la vecchia padrona di casa, che nei suoi giovani anni (una giovinezza che cominciava già a declinare alla caduta del potere temporale dei papi) era stata nel Mezzogiorno d'Italia.

— Sono di Napoli, — risposi.

— Proprio di Napoli?

— No, di una terra ancora più meridionale, della Basilicata. —

La mia provincia, sopra tutto da quando ha il nome attuale, ha una storia di assai mediocre interesse per la civiltà. Mi accorsi che il nome riesciva nuovo e volli precisare.

— È una terra — io dissi — molto grande, grande la terza parte del Belgio, grande più del Montenegro; non ha città fiorenti, nè industrie. La campagna è triste e gli abitanti sono poveri. È bagnata da due mari e l'uno e l'altro hanno costiere assai malinconiche; dintorno ha le Puglie, i Principati e le Calabrie.

I nomi di queste terre dovettero produrre una certa impressione; poichè la mia interlocutrice non mi fece quasi finire.

— Il vostro, — mi disse — se è tra la Calabria e le Puglie, deve essere il paese dei briganti. —