Oh! la tristezza di una borgata meridionale, perduta nelle gole di Basilicata o nelle asperità della Sila, una borgata, senza luce di pensiero, senza blandizie dell'arte, senza la suprema poesia della lotta in comune.

Anche nell'Italia centrale le lotte erano terribili nei piccoli centri come nei grandi: e quei che un muro ed una fossa serra si tormentavano e si dilaniavano fra loro quando non dovean lottare contro i vicini. Ma la relativa prosperità e la mitezza del clima e la salubrità dei campi davano alla lotta un carattere più umano; permettevano lo sviluppo delle forme libere dei comuni; determinavano il bisogno dell'arte, davano carattere di epica grandezza anche alle lotte delle fazioni della stessa città.

Ma la vita in un piccolo centro campestre dell'Italia meridionale nell'interno della Basilicata o delle Calabrie! ma la vita in un casolare dell'Appennino! ma la vita in un grosso borgo pugliese! La malaria da una parte e i cattivi ordinamenti dall'altra inducevano gli abitanti a vivere uniti; in una unione necessaria e forse per questo più ingrata. Le case si aggruppavano miseramente fra loro, e non v'erano, d'ordinario, che il castello del barone, la chiesa e il convento che avessero un'aria meno misera. Impedite quasi le comunicazioni o limitate ai paesi vicini, la vita trascorreva sempre allo stesso modo; quando non era turbata da cataclismi violenti, come le guerre. Assoluto il potere del feudatario e peggiore di esso quello di coloro che lo rappresentavano, non era possibile al popolo nessuna salute fuori della rivolta individuale. La religione, quando non era una superstizione, avea il carattere dei luoghi: una religione dura e paurosa, quasi crudele, mitigata solo dall'intervento del protettore — un santo, per lo più patrono di un male grave e pronto più a punire che ad amare, più a vendicare che a perdonare.

La violenza sessuale delle genti del Sud faceva il resto, e contribuiva non poco a inasprire i rapporti. Si può dire che fra dieci persone che si davano al brigantaggio tre o quattro almeno ricorrevano a un così estremo passo solo per vendicare la violenza patita da una moglie, da una figliuola o da una sorella.

Per spiegarsi alcune cose bisogna intendere quale violenza abbia l'istinto carnale nelle genti del Sud. Per i contadini specialmente è spesso l'unica forma in cui riescano a concepire l'ideale e ad avere una ebrietà dello spirito. Così come il desiderio è violento, l'istinto della proprietà è completo.

La donna infedele — sopra tutto se cede a una violenza — altrove non è causa di disprezzo per il marito o per il padre. Fra i contadini del Mezzogiorno vi è invece una parola che riunisce tutti gli insulti, una parola che è pronunziata spessissimo, e che nella crudeltà sua è peggiore della morte, ed è il nome che è dato al marito ingannato o vittima. Che un uomo sia ladro, omicida o perverso e che tutte queste cose gli siano rimproverate egli soffrirà sempre meno che sentendosi insultare per colpa o per sventura della moglie.

Ho letto molte storie di briganti, ne ho sentite raccontare moltissime; ho vissuto nei luoghi dove più vivi sono i ricordi; dovunque ho visto le stesse cause agire allo stesso modo.

Nei piccoli centri il potere del feudatario o del borghese, del funzionario o del padrone era usato non di rado per attirare le donne dei contadini: quando non cedevano volontariamente erano persecuzioni lunghissime ai mariti, ai fratelli, ai padri. Era il disonore sotto altra forma; era la miseria; era la sopraffazione quotidiana.

Come resistere in una lotta così impari? Le nature deboli si avvilivano e tolleravano; ma gli uomini risoluti si davano alla campagna, si facevano briganti; si ribellavano insomma nella sola forma che era loro possibile.

La suprema gioia di uccidere dopo aver sofferto l'oltraggio supremo; la suprema gioia di vendicare e di vendicarsi dopo aver tanto penato, tentavano anche le nature meno cattive. La religione avea indulgenze per i forti; e ne aveano più ancora i funzionari dello Stato.