Seguiti da torme fameliche, i briganti entravano nelle città, depredavano, violavano le donne e si dicevano difensori del sovrano legittimo. Bizzarro, non meno feroce di Mammone, osava dare in pasto ai suoi cani ufficiali francesi trucidati barbaramente e avea abituato i mastini a dare la caccia agli uomini; altri facean cose ancor più crudeli e avevano aria di dominatori.

Taccone dominava addirittura il nord della Basilicata. In una delle sue crudeli escursioni corse ad assediare, nel castello di Abriola, il barone Federici. Dopo un blocco di parecchi giorni costrinse il barone a rendersi, promettendo che non si sarebbe fatto male ad alcuno. Appena entrati i briganti violarono la moglie e le figlie del barone e poi buttarono tutta la famiglia nelle fiamme, da cui non si salvò per miracolo che un bambino.

Basso Torneo, crudelissimo, detto il Re della campagna, bruciava perfino una caserma di gendarmeria e condannava a esser bruciati vivi le mogli e i figli dei gendarmi assenti.

Parafante, il Boia, Francatrippa e Laurenziello commettevano gesta ancor più nefande.

Per il governo era necessità vincere il brigantaggio, sradicarlo sia pure in modi crudelissimi. La monarchia di Gioacchino non era sicura se non debellando le torme ogni dì crescenti e i cui capi mantenevano corrispondenza assidua con casa Borbone e la corte di Palermo.

Fu adottato un rimedio estremo, e il generale francese Carlo Antonio Manhés ebbe l'incarico di distruggere a ogni costo i briganti e gli furono conferiti poteri eccezionali. Il generale Manhés, che a quasi un secolo di distanza si nomina ancora con terrore nelle Calabrie e in Basilicata, era un degno generale di Gioacchino: intraprendente, arditissimo, senza scrupoli e nello stesso tempo uomo galante e avventuroso.

Manhés non esitò. Bisognava, per agire sulle fantasie meridionali, per vincere rapidamente il brigantaggio non avere pietà, sopra tutto non transigere mai. In Abbruzzo il brigantaggio fu distrutto in poco tempo: Antonelli impiccato, altri uccisi.

Ma le difficoltà più gravi erano in Basilicata e in Calabria, province più vicine alla Sicilia, da cui i briganti ricevevano soccorsi e aiuti e promesse.

Manhés avea pieni poteri: vi si recò, fece cose crudelissime. Taccone fu preso ed entrò a Potenza non da trionfatore, sì come avea sperato, ma a cavalcioni di un asino, la coda del quale servivagli da briglia: e con una mitra in testa, sulla quale leggevasi a grandi lettere: Questo è l'infame e crudele assassino Taccone. Era un supplizio molto comune allora, e voleva riescire di esempio al popolo.

Quagliarella, abbandonato dai compagni, fu ucciso a colpi di falcetto dai mietitori di Ricigliano, desiderosi di guadagnare la taglia, che gli pesava sul capo.