Appaiono anche in questi cinquant'anni alcune eccezioni notevoli, come quel famoso don Gaetano Vardarelli, intelligente e non privo di studi, che insieme ai suoi fratelli e a molti compagni dominò quasi la provincia di Foggia fra il 1815 e il 1817. Carbonaro e cattolico avea, malgrado non poche ribalderie, tendenze liberali e umanitarie e volea rassomigliare e rassomigliava in qualche cosa ad Angelo Duca. I Vardarelli aveano con sè la simpatia delle popolazioni, e non erano da confondersi con i banditi volgari. Il governo borbonico, che non avea potuto averli per forza d'armi li ebbe per tradimento: promise loro ciò che chiedevano, e come tante volte prima e dopo, venne meno al patto.

Il brigantaggio ebbe ancora qualche figura meno crudele o corrotta: ma fu sempre, dopo, sfogo naturale della miseria, della ingiustizia e della delinquenza, sì com'era stato prima nel 1799.

I famosi briganti del regno di Francesco I, la «grande compagnia di Gasparone,» la quale taglieggiava i comuni e i proprietari in Abbruzzo; la trista comitiva di Mezzapenta, famosa in Terra di Lavoro: le piccole bande sparse dovunque nella Basilicata non riunivano che disgraziati o delinquenti. Le operazioni erano sempre le stesse; si derubavano i viandanti, s'imponevano taglie ai possidenti, sotto minaccia di rovinare le loro proprietà; si rubavano e violavano donne, si eseguivano vendette per incarico o per commissione; storia di tristezze e di miserie.

Accanto al brigantaggio fioriva il manutengolismo, come si dice ancora da noi, ed era di due specie: era fatto per timidità ed era fatto per avidità. Vi erano coloro che speculavano sui briganti, che qualche volta arricchivano su di essi. I briganti doveano avere il protettore, l'informatore, il difensore; e spesso queste qualità si trovavano in coloro stessi che doveano perseguitarli. Parecchie fortune sono state fatte col brigantaggio; assai spesso il manutengolo arricchiva e il brigante finiva sulla forca. Le chiese stesse e i monasteri erano asilo di briganti, e i monaci di Venafro pregavano il giorno e non disdegnavano la notte di travestirsi per assalire i viandanti e per derubarli. Anche durante il regno di Ferdinando II il brigantaggio non fu che malandrinaggio: raccontarlo non sarebbe che ripetere una storia di dolore e di sangue. Le autorità erano fiacche, le popolazioni impaurite, le miserie grandi; l'esempio dei briganti arricchiti esaltava e accendeva le nature più miti. Perfino in tempi molto vicini a noi Ferdinando II, non riescendo a vincerlo altrimenti, graziava il brigante Giosafat Talarico, gli accordava lauta pensione e soggiorno nella ridente isola d'Ischia.

Ma la minaccia era sempre sospesa sul capo dei liberali, e le classi desiderose di novazioni (in grandissimo numero per necessità o per bisogno, in una certa parte per idealità) si preoccupavano dei massacri che ogni mutamento avrebbe prodotto: si sapeva che qualsiasi rivoluzione volea dire Santa Fede a Napoli e il brigantaggio nelle province.

Nel 1820, che pure non lasciò traccia alcuna, perchè fu moto incomposto e ingiustificabile, mentre i carbonari discutevano di libertà e i loro seguaci chiedevano impieghi nelle province, il brigantaggio si acuiva.

Più ancora il male si manifestò nel 1848.

Data la costituzione a malincuore si volle dalla Corte determinare quello stato di squilibrio, che rendeva necessario il ritorno al vecchio regime. I principi di casa reale, come il conte d'Aquila e il principe di Salerno pensarono di «promuovere la rivolta dei contadini nelle province, della plebaglia nella capitale» come scrive P. S. Leopardi. Difatti, in parecchi comuni, torme di contadini invasero le terre pubbliche e vollero dividersele e il brigantaggio, già depresso, cominciò a rifiorire.

Leggendo gli scritti e la corrispondenza dei liberali del 1848 traspare ogni momento la loro ingenua sorpresa nel vedere che, mentre essi lottano per la libertà, i contadini si rivoltano, invadono le terre pubbliche e se le appropriano, oppure si trasformano in briganti. L'8 giugno del 1848 Carlo Poerio scriveva a Raffaele Poerio: «Una setta anarchica s'impadronisce delle proprietà dei privati e quindi irrita e allarma i ricchi e li rende devoti a qualunque governo che permetta sicurezza.» E dopo ingenuamente confessa che, mentre la famiglia Poerio fa tanti sacrifizi «i nostri coloni non pagano e la guardia nazionale di Policastro s'impadronisce della Sila e la divide fra i suoi abitanti!» E lo stesso Carlo Poerio scriveva ad Alessandro il 22 luglio del 1848: «La difficoltà non è di far cadere il Ministero; ma sibbene di comporne un altro, mentre vi è una feroce reazione sanfedista nelle province, dove vi era stata mossa.... La rapina e i ricatti delle bande armate aveano finito di disgustare la massa dei proprietari e degli onesti cittadini. Nel Cilento, poi, gli sciagurati, che si sono mossi, formano una setta antisociale e bestiale, che non si occupa d'altro fuorchè di mettere a sacco e a ruba il paese.»

Nei nostri Parlamenti si fa sovrastare ora il pericolo dei dinamitardi; allora non v'era la dinamite e si parlava con terrore dei fuochisti, miserabili contadini che a ogni agitazione volevano riprender le terre che altri usurpava. E la monarchia trovava la sua difesa appunto nel divampare degli odî popolari.