Così Francesco II cercò di salvarsi nel 1860, impiegando la stessa politica che più di sessant'anni prima avea salvata la corona del suo bisavolo. Egli e i suoi, prima di andar via, gittarono in fiamme il reame. L'esercito disciolto, proprio come nel 1799, fu il nucleo del brigantaggio, come la Basilicata ne fu il gran campo di azione.

Anche allora uomini di fede pura lasciarono la vita miseramente. I briganti entrarono nelle borgate e nelle città, ebbero i loro generali, i loro capi, i loro protettori, i loro sfruttatori; fu l'esplosione di tutti gli odî, fu il divampare di tutte le vendette. Sopra tutto al sorgere del brigantaggio nel nord-est della Basilicata, fra i trucidati furono alcuni uomini che erano per la virtù della vita e la nobiltà delle idee onore della loro terra. Ma più tardi la politica entrò solo in parte, come mezzo di unione e di rallegamento. Il popolo non comprendeva l'unità, e credeva che il re espulso fosse l'amico e coloro che gli succedevano i nemici. Odiava sopra tutto i ricchi, e riteneva che il nuovo regime fosse tutto a loro benefizio.

L'Italia nuova non ha avuto il suo Manhés; ma le persecuzioni sono state terribili, qualche volta crudeli. Ed è costata assai più perdita di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860.

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Signore e signori,

Io v'ho detto che cosa sia stato il brigantaggio: vi ho raccontato tutta una storia di dolore.

Ora permettete che io mi chieda: abbiamo noi rimosse le cause del male? La stessa domanda si rivolgeva venti anni or sono Pasquale Villari, e rispondeva con tristezza che le cause esistono tuttavia. Alcune, e le principali, non solo non sono state eliminate, ma in qualche punto si sono inacerbite.

Abbiamo costruito alcune ferrovie ed è stato un bene anche quando non rappresentano un'attività; abbiamo imposta, sia pure con poca efficacia, l'istruzione obbligatoria, e il popolo, se ha imparato molte cose inutili, alcune utili ha appreso. L'esercito, per fortuna nostra non ancora basato sull'ordinamento territoriale, che vorrebbe dire la fine dell'unità, ha avuto un vantaggio; centinaia di migliaia dei nostri contadini sono usciti dai loro paesi, hanno visto nuove città, hanno sopra tutto dimenticato. Gli odî trasmessi per eredità, acuiti dalla vicinanza, esacerbati dalla ingiustizia, sono qualche volta diminuiti. Il contadino ha acquistato un più alto concetto di sè: chi ricorre a lui, sia pure per il voto, per la sovranità fittizia del momento, non può esser sempre inumano.

Ma in tutto il resto le cose non sono mutate.

La massa degli intermediari è cresciuta, è altresì strabocchevolmente aumentato il numero dei professionisti. Vi erano nel regno di Napoli cento mila ecclesiastici un tempo: maggiore è forse oggi, nelle province, che lo componevano il numero dei professionisti laureati e diplomati. E almeno gli ecclesiastici non si sposavano e non chiedevano alle amministrazioni impieghi per i figliuoli. Le terre pubbliche sono state usurpate, usurpate contro la legge, e noi abbiamo assistito spettatori silenziosi a tanto male. Le imposte sono cresciute e cresciute su chi non può pagarle: e sono pondo insostenibile e crudele. Non una parola di amore ha portato la civiltà nuova a tante sofferenze, non una parola di pace. I contrasti sono ancora stridenti; e così assorbiti come siamo dalle nostre miserie, dalle nostre vanità, dalle nostre preoccupazioni, noi chiudiamo gli occhi a tutto e non vediamo. In un'ora difficile, in un'ora di periglio, il male sopito ora potrebbe divampare.