La speranza di tale ritorno è audace, non v'ha dubbio, non meno della condanna e della sfida; ma a che pro continuare questa enumerazione, se non c'è possibilità di compirla, e se essa non varrebbe forse che ad impigliarci in polemiche infinite senza alcuna probabilità nè di scegliere, nè d'intenderci, nè d'accordarci, nè di venire ad una conclusione?
Stiamo dunque modestamente ai fatti, come sono. Essi soli, non sempre, ma il più delle volte danno lume a orientarsi fra le fallacie delle dottrine, i mutamenti delle opinioni, le superbie, i vanti, le ingenuità e le perfidie delle sètte, delle fazioni e delle scuole, ognuna delle quali pretende naturalmente di possedere tutta la verità.
Ci fermammo l'anno scorso, se ve ne ricordate, al 1831, l'anno dell'elezione di Gregorio XVI. Le ultime onde della rivoluzione erano venute a sbattersi languidamente e a morire sulle porte del conclave, che lo aveva eletto, e quando queste porte si riaprirono, ne uscì un Papa dei soliti, un vecchio cioè quasi settantenne, che da quarantasette anni era monaco Camaldolese, ch'era stato bensì Prefetto di Propaganda e negoziatore di concordati con qualche Stato europeo, ma che se molto sapeva di teologia, delle cose di quaggiù avea cognizione ed esperienza, quanto di quelle del mondo della luna. Eppure, chi lo crederebbe? Fra le quinte del conclave, anche Gregorio era stato combattuto come avverso all'Austria, e citando un passo della sua opera teologica: Il trionfo della Santa Sede, qualcuno s'era pure provato a farlo passare per liberale. Poveretto! Un torto, che non meritava davvero, come non meritava d'essere annunciato ai suoi felicissimi sudditi con le parole divenute famose del cardinale Bernetti, suo segretario di Stato: « un'era novella incomincia ». Un buon astrologo, in fede mia, quel Bernetti e soprattutto in gran buona fede!
Furono quindici anni di congiure, di sommosse periodiche, di repressioni feroci, d'interventi stranieri, di carcerazioni, di esigli, di condanne, di supplizi, e di un oscurantismo così insensato, che infamarono nell'opinione pubblica europea il Governo Pontificio, e che resero proverbialmente odioso il nome di Gregorio XVI, forse non cattiv'uomo nel fondo; certo non tale, quale il libello e la satira politica (unica vendetta ed unico sfogo agli oppressi) l'hanno dipinto, perocchè è falso ch'egli fosse scorretto di costumi, dedito al vino fino all'ubriachezza abituale, avido del danaro pubblico per arricchirne i nipoti, e tutti gli aneddoti, nei quali si compiacque, per esempio, l'erotica fantasia del Petruccelli della Gattina nella sua Storia dei Conclavi, e che si vedono ricopiati da tanti altri della sua risma, sono invenzioni.
Lo si diceva, poniamo, dominato a bacchetta dal suo cameriere, Gaetano Moroni, per certo intimissimo suo, e che avendo cominciato barbiere del convento dei Camaldolesi, avea finito per essere in corte del Papa un gran personaggio, a cui non solo s'inchinava riverente una folla di mendicanti e di cacciatori d'impieghi, di grazie e di onori, ma che per mezzo dei diplomatici e dei visitatori stranieri più cospicui era divenuto noto a tutt'Europa e riverito col vezzeggiativo di signor Gaetanino, com'era solito il Papa chiamarlo. Il mondo è sempre stato così e continua ad essere, anche se il signor Gaetanino non è più in corte del Papa, ma è invece ministro, deputato, o un pezzo grosso qualsiasi. Pur di piegare la schiena a qualche potente, o creduto tale!! Ora anche il signor Gaetanino, un mitissimo cortigiano, tutto miele di sorrisi, di complimenti e di riverenze, è dipinto nei libelli e nelle satire contemporanee come un Tigellino spietato, un Seiano, consigliere d'infamie e qualcosa pure di più turpe, ed in tutto questo parimenti non c'è nulla di vero. Il signor Gaetanino invece era un giovine popolano, intelligente, istruitosi un po' da sè, un po' coll'aiuto del Papa e riuscito all'ultimo un erudito non volgare, sempre poi un lavoratore indefesso, il quale, oltre alle sue faccende di corte, ha trovato modo di lasciare 120 volumi d'un Dizionario Storico-Ecclesiastico, che anche oggi si consulta con qualche utilità. Certo, egli era un servitor devoto e affezionatissimo al Papa, nè mai s'era sognato che il suo signore e padrone potesse aver torto, ma era un galantuomo, rispettato per tale a Roma, dove io stesso ebbi curiosità di conoscerlo, come un monumento d'antichità, poco dopo il settembre del 1870, rispettato, dico, anche dai liberali, e soggiungerò che fra i papalini più noti rimarcai ch'egli era uno dei più indifferenti alla mutazione avvenuta.
Di lui seppi altresì con certezza quest'aneddoto. Gregorio XVI avea in odio mortale le ferrovie, come un'invenzione del diavolo, e da buon logico non volea neppur sentirne parlare. Per vincere questa sua ripugnanza, i banchieri, che ne brigavano la concessione per gli Stati Pontifici, immaginarono (da quell'ingegnosissima gente che sono) di presentare al Papa il modellino d'una ferrovia tutto in argento, un amore di giocattolo, ch'essi credevano avrebbe valuto a sedurre quel tanghero di teologo. Ufficiarono quindi il signor Gaetanino, offrendogli una somma addirittura enorme, affinchè egli facesse trovare al Papa quel giocattolo sul suo scrittoio. Il signor Gaetanino rispose secco ch'ei non guadagnava il suo denaro a così buon mercato, ch'ei non si prestava a tale insidia al suo benamato padrone, e rifiutò. Non voglio farne per questo un eroe; dico soltanto che tanti altri Gaetanini della vita pubblica d'adesso non solo avrebbero accettato il negozio, ma, riuscendo, avrebbero ingoiato anche la ferrovia vera con la macchina accesa e i vagoni pieni!
Che perciò? Non meno indegno, nè meno giustamente diffamato fu il governo di Gregorio XVI per la cecità bestiale del suo oscurantismo e per la efferatezza dei mezzi, con cui credette aver diritto di difendere da ogni minaccia il suo principato; cecità ed efferatezza che, se già altre circostanze più alte e più speciali non ci fossero, spiegherebbero da sole il contraccolpo di quasi folle entusiasmo e l'esplosione subitanea di giubilo, di contentezza e di speranza, con cui ad occhi chiusi fu accolto Pio IX.
Domata nel marzo la rivoluzione del 1831, gli Austriaci nel luglio se n'andarono dalle Romagne, ed il paese restò in uno stato di strana incertezza, con una guardia civica, riarmatasi nelle quattro Legazioni, ed un governo, che intanto metteva insieme un'orda di usciti di galera e di banditi fra Rimini e Ferrara coll'idea di compir l'opera, che gli Austriaci avevano lasciata a mezzo.
Era in sostanza la guerra civile, che s'andava bel bello apparecchiando, e che al cardinale Bernetti, il quale pur si vantava discepolo del Consalvi, non parea poi un ideale di governo da disprezzarsi del tutto. Non così la pensavano le potenze protettrici, le quali in cinque, non esclusa l'Austria, avevano chiesto con un memorandum collettivo, come si praticherebbe col Bey di Tunisi, fino dal 10 maggio 1831, che almeno le più marchiane assurdità del Governo Pontificio fossero corrette. Il Bernetti fece l'uomo offeso. O non avea promesso l' êra novella? Aspettassero dunque che l'erba crescesse, e l'erba, la mal'erba, fu il cardinale Albani, cagnotto dell'Austria e uno dei più vecchi e peggiori arnesi della Curia, messo alla testa di quell'infame marmaglia, che s'andava riunendo fra Rimini e Ferrara, e incaricato di rimettere in cervello del tutto Bologna e le Romagne.
A tale minaccia quelle popolazioni si risentirono fieramente. Fra gli ultimi di dicembre e il gennaio 1832 una parte delle Guardie Civiche di Forlì, di Ravenna, d'Imola e di Bologna s'andò pertanto radunando a Cesena, deliberata di tener testa ai Papalini, i quali finalmente il 20 gennaio dettero l'assalto a Cesena. I liberali non erano più di 1800; quasi 5000 i Papalini. I primi, male armati e non guidati da alcuno, resistettero ciò nonostante sei ore, poi si sbandarono, ed i secondi, entrati in Cesena, non perdonarono nè a luogo, nè a sesso, nè a età, nè a condizioni: trucidarono vecchi, donne, preti, bambini, persino nelle chiese, dove alcuni avevano cercato rifugio. Sono così enormi questi fatti, che molti scrittori per partito preso cercarono attenuarli o negarli, quella perla del Cantù fra gli altri, ma, oltrechè negli storici più gravi e nelle corrispondenze private e diplomatiche, sono concordemente attestati da certi diari manoscritti, che si conservano a Cesena e sono opera di preti o di gente ad essi devotissima. Non c'è quindi da dubitarne, tanto più che le gesta del cardinale Albani a Cesena si rinnovarono quasi identiche, se non peggiori, il 21 gennaio a Forlì, il 24 a Faenza, e il 25 a Imola, dove i Papalini si congiunsero cogli Austriaci, ritornati subito, e tutti insieme furono il 26 a Bologna, dove, per colmo d'obbrobrio (tanto era l'orrore inspirato dai lanzichenecchi papali) gli Austriaci furono accolti e acclamati, come salvatori.