Volle ora l'Austria far suo pro dell'esecrazione eccitata da queste tragedie, per vantaggiarne le sue vecchie cupidigie sulle quattro Legazioni? Se ne adombrò il Papa e pensò di opporre stranieri a stranieri nello stesso modo che opponeva una parte dei suoi sudditi all'altra? Ossivvero la Francia si mosse di suo per bilanciare l'influenza dell'Austria e impedirne un ulteriore ingrandimento in Italia? Fatto è che ora accade questo: l'Austria cerca estendere i suoi partigiani colla sètta Ferdinandea; i Francesi di Luigi Filippo occupano Ancona, dandosi le solite arie di venire in aiuto ai liberali, che invece perseguitano per conto del Papa al pari degli Austriaci; le truppe del Papa neppur si provano di resistere e nondimeno il cardinal Bernetti (lui, che avea chiamati e richiamati gli Austriaci) protesta contro la nuova invasione straniera, mentre poi, per poter fare a meno di Austriaci e Francesi, organizza le sue masnade in Centurioni (vera sètta di scherani sedentari, raccolta luogo per luogo, a cui era assicurata l'impunità d'ogni delitto) e di lì a poco, per compir l'opera, assolda due reggimenti di Svizzeri.
Lo dissi già l'anno scorso. Se non vivessero ancora molti della generazione, che l'ha visto cogli occhi proprî, difficilmente si crederebbe ad un simile viluppo di stoltezze e d'iniquità (pare che molti, troppi Italiani se ne siano scordati), eretto, in pieno secolo XIX, a sistema di governo, per eccellenza conservatore, e a cui non mancarono neppure interpreti teorici più sfrontati, lo Haller nella Restaurazione della scienza politica, il Canosa nell' Esperienza ai Re della terra, Monaldo Leopardi, il padre del poeta, nei Dialoghetti sulle materie correnti nel 1831, e parecchi altri.
Il paese era prostrato senza più nè fiducia, nè energia, nè speranze. Gli esuli invece numerosissimi s'agitavano, ed ora principia la serie dei tentativi rivoluzionari, organizzati dal di fuori e che non trovano dentro se non consensi spicciolati dei più arrischiati, dei meno in cervello, dei meno atti e veder chiaro e a riferire giustamente, o peggio ancora, di coloro che pescano nel torbido per professione; un quissimile delle proscrizioni e dei ritorni guelfi e ghibellini dei nostri Comuni medievali.
Notiamo intanto. — Anche l'insurrezione della Guardie Civiche di Romagna nel 1832 ha un carattere iniziale di semilegalità, perchè si mossero richiedendo l'esecuzione delle promesse del Bernetti, quel burlone dall' êra novella, e se all'ultimo intonarono nei loro bivacchi e nella breve pugna di Cesena il Ça-ira e la Carmagnola, reminiscenze giacobine, fu l'immanità della repressione, che dimostrò non esservi possibilità d'intesa col Papa ed i suoi ministri.
Ma, in mezzo a questo pandemonio di congiure, di promesse non mantenute, d'invasioni straniere e di brigantaggio organizzato, non è men vero che un'opinione moderata va spuntando, il proposito di opporre il bene al male, di mettere tutto il torto dalla parte del governo, di appellarsi all'opinione pubblica liberale, che dopo il 1830 va sempre più slargandosi e imponendosi in tutt'Europa, e di forzarla a metter riparo a tante enormezze. Contemporaneamente però, e appunto in quest'anno 1832, Giuseppe Mazzini fondava la Giovine Italia, il cui programma era l'azione immediata, e un determinar tutto a priori, l'unità nazionale, la repubblica come forma di governo, l'insurrezione popolare, come mezzo a conseguir l'una e l'altra, e persino una riforma educativa e religiosa, contenuta nella sua celebre formola: Dio e Popolo, ed ecco una nuova ragione di dissenso e di contrasto fra i liberali.
Ormai è tempo però di non giudicar più tali dissensi e contrasti solo dalla riuscita e di sollevarsi ad una critica più giusta, che tenga conto delle condizioni d'allora e soprattutto veneri, come merita, tutta questa forte generazione d'uomini, che fra tante ruine non disperò mai, non si accasciò mai sull'orma sua, ma lottò tenacemente e sempre, e quante volte cadde rovesciata, altrettante si rialzò e riprese a combattere, variando arme, propositi, ed anche moltiplicando colpe ed errori, se si vuole, ma senza contar mai le vittime, delle quali aveva seminata la via.
La propaganda mazziniana trovò in Romagna molti aderenti; in Bologna assai meno allora e dopo. Allora poi le nocquero soprattutto le due imprese tentate in Piemonte e in Savoia nel 1833 e 34, che parvero e sono veramente d'una supina e colpevole inanità e giovarono non poco alla reazione, la quale, diffidando sempre delle giovanili velleità di Carlo Alberto, voleva, secondochè bucinavasi nelle congreghe del sanfedismo piemontese, far assaggiare anche a lui sangue di liberali.
Scorse così qualche anno. Fra il 1837 e il 38 Austriaci e Francesi se n'andarono di nuovo. Al Papa rimanevano gli Svizzeri e qualche reggimento indigeno, ma la sua difesa migliore e più fida gli parevano i Centurioni, le spie e la polizia, che erano tutt'uno. Mazziniani e liberali si riscossero. A Bologna capitò Carlo Poerio, nome divenuto poi famoso, e s'ebbe da esso contezza di gravi rivolgimenti prossimi a scoppiare nel regno di Napoli, ov'erano, diceva (parlando a nome del Mazzini), armi pronte, animi disposti ad ogni estremità, tremila Calabresi, ai quali bastava un cenno per muoversi in aiuto d'altre provincie italiane, che insorgessero, e persino si faceva assegnamento su buon nerbo di Albanesi, gente manesca e ardente di combattere per l'Italia.
In questo emissario mazziniano, che profetizza tali miracoli, chi riconoscerebbe il Poerio moderato e cavouriano del 1860? Anche fra i compromessi mazziniani del 33 in Piemonte c'è Vincenzo Gioberti, e chi direbbe che sette od otto anni dopo scriverà il Primato? Ma sono appunto questi trapassi, queste variazioni, queste gradazioni, che danno impronta così originale e così sincera al movimento rivoluzionario, segreto e palese dell'Italia, e a biasimarli o lodarli col senno del poi si può fare dell'inutile polemica retrospettiva, ma non si penetra nell'intima psicologia di questa storia.
Non tutti a Bologna aggiustarono fede alle promesse del Poerio, nè tutti le giudicarono d'egual valore, specie quel soccorso degli Albanesi, che parve alquanto fantastico; nondimeno, per non perdere un'occasione, se mai era, un comitato rivoluzionario si riordinò nel 1840. Avrebbe voluto essere indipendente del tutto dalla direzione mazziniana, pure temendo che coll'ignorare ciò che tramava la Giovine Italia, accadesse di disgregare le forze, la nuova cospirazione s'accontò con alcuni, che ancora aderivano in tutto al Mazzini, e formò con essi un cosiddetto Comitato d'azione, il quale cercò relazioni e aderenze con Ferrara, le Marche, Roma e la Toscana. Si aspettava il segno da Napoli, ma Napoli non si moveva, anzi pareva ora aspettarlo essa dallo Stato Romano. In queste incertezze si preparava alla meglio l'azione, riunendosi i cospiratori in una villa vicina a Bologna, ove tra i più impazienti era Luigi Carlo Farini, che sfidando mille pericoli accorreva nottetempo e a cavallo da Ravenna, e prima che albeggiasse ripartiva.