È il caso di ripetere anche qui: chi indovinerebbe in questo audace e romantico cospiratore il futuro storico dello Stato Romano, così severo alle vecchie cospirazioni politiche, ed il futuro dittatore delle provincie emiliane nel 1859?
Del suo mutamento molti scrittori repubblicani, Aurelio Saffi fra gli altri, gli fanno acerbo rimprovero; ma perchè? Non mutò anche il Saffi, di moderatissimo divenendo Triumviro della Repubblica Romana e rimanendo poi sempre uno dei più onorati e solitari epigoni della fede mazziniana?
Non c'è di peggio della passione politica per far confondere il criterio della fazione con quello della storia anche negli animi più retti.
Allora il Farini era dunque fra i più insofferenti d'indugi e per romperli con qualche probabilità di riuscita e chiarirsi del vero, il Comitato spedì a Napoli segretamente il conte Livio Zambeccari, bolognese, fervido e coraggioso uomo, ma ahimè! il più disposto da madre natura a pigliar lucciole per lanterne. Scelto bene il referendario!
Queste le condizioni delle Romagne dal 1832 al principio del 43; questo il paese, nel cuore del quale era stato mandato ad esercitare il suo ministero di pace e di misericordia Giovanni Maria Mastai-Ferretti, vescovo d'Imola. Ora, che uomo era esso? quale la sua vita insino allora? e che parte era la sua fra gli oppressi e gli oppressori?
Più che mai ci troviamo collocati ora, o Signore, fra la storia e il libello, fra la satira e il panegirico; fuoco nascosto sotto la cenere ingannatrice, direbbe il poeta latino, su cui bisogna camminare con precauzione. Un gran santo, un gran genio fin dalla culla, ne fanno alcuni; un bimbo nato col bernoccolo d'ogni scelleratezza, ne fanno altri; frottole, leggende l'una e l'altra versione; nè per conoscer l'uomo è mestieri in questo caso (come in quasi tutti gli altri del resto) pigliar le mosse così di lontano.
Il conte Giovanni Mastai era un nobile di provincia, nè molto ricco, nè di molto antica data. Apparteneva a rispettabile famiglia di Sinigaglia, in cui nel secolo XVI era entrata sposa una Garibaldi; scoperta atavistica, che a qualcuno pare molto notevole; a me no. Il padre, il conte Girolamo, era un galantuomo; la madre, la contessa Caterina, una signora pia, virtuosa e bellissima. Giovanni Maria fu l'ultimo de' suoi nove figliuoli; studiò nel Collegio degli Scolopi a Volterra. Ne uscì, perchè epilettico, terribile malattia, dalla quale guarì cogli anni e coi viaggi, ma gli lasciò sempre uno strascico di eccitabilità, di emottività subitanea e mutevole, «di nervosa passione», come dice il Farini, storico e medico, accennando a spiegare con questo, e forse con ragione, non poche delle ulteriori vicende di Pio IX. Tali in realtà l'infanzia e l'adolescenza del Mastai.
La sua precocità negli studi, la sua vena poetica, che prendeva a soggetto talvolta le battaglie napoleoniche, i suoi mirabili progressi, che facevano andare in solluchero i maestri, i quali lo compensavano di corone accademiche, profetando fin d'allora ben altre corone all'alunno promettentissimo, sono le solite frasche dei panegiristi, siccome altri aneddoti, relativi alla sua giovinezza e coloriti poco meno che col pennello di Svetonio, quando narra le amenità dei dodici Cesari, sono ignobili fanfaluche o amplificazioni dei detrattori.
Tornato alla sua Sinigaglia nel 1809, vi si fermò fino alla ristaurazione di Pio VII. Giovine, malaticcio, distratto quindi per necessità da studi troppo intensi, è naturale che abbia sentito e vissuto da giovine.
È il tempo che la vita italiana, su cui è passato il soffio della Rivoluzione Francese, sta trasformandosi profondamente; è il tempo, che la leggerezza arcadica sta cedendo il posto alla sentimentalità preromantica; è il tempo, che i nostri vecchi cicisbei e cavalieri serventi sono sulla via di trasformarsi in Oberman, in Werther, in Iacopo Ortis, in Renato.