A queste variazioni la gioventù è sensibilissima e tanto più la gioventù d'una piccola città di provincia, la quale naturalmente le esagera con poca misura di buon gusto sin nelle mode e nelle fogge esteriori. Non trovo nulla di strano quindi che il giovine Mastai si lasciasse crescere le chiome e le rabbuffasse con una certa premeditazione, che portasse una polacchetta grigia cogli alamari neri, un berretto rosso, pantaloni screziati di colori vistosi, un cravattone sventolante, gli sproni agli stivali, un giardino alla bottoniera e un eterno sigaro in bocca, come il Giovinetto del Giusti, e che questo insieme di figurino, il quale oggi parrebbe un sintomo di mattoide (ogni tempo ha i suoi sintomi), allora invece solleticasse dolcemente le fantasie e i cuori delle sensibili fanciulle di Sinigaglia. Non trovo nulla di strano quindi che fra le più commosse a veder caracollare per le vie sopra un focoso destriero un tal tipo d'arrischiata eleganza locale, sia dato nominare una Lena popolana, che lo amò sul serio e a cui non fu fedelissimo, una principessina Elena Albani, che, per esemplare castigo del volubile Mastai, prima gli preferì un asino d'ussaro, ma autentico, poi andò sposa a un signorone di Milano, e lo piantò in asso, nonostante le pittoresche combinazioni del suo abbigliamento, e finalmente ch'egli tentasse consolarsi di questo abbandono con una Morandi-Ambrogi, piccola deità di palcoscenico, e giuocando al pallone sulle mura di Sinigaglia, o al bigliardo in qualche losca e affumicata stamberga di caffè ed in non troppo edificante compagnia, che allarmava la buona famiglia Mastai, una famiglia di schietti codini (checchè se ne sia detto), perchè il rivoluzionario ed esule del 31, di nome Pietro, che molti citano e che per campare onestamente la vita faceva il lustrascarpe a Ginevra, non era niente affatto fratello di Pio IX, bensì un conte Ferretti, suo lontano parente.
Le abitudini, gli atteggiamenti, le mode e le piccole avventure del Mastai sono cose insomma di tutti i tempi e di tutti i luoghi e che si possono narrare d'ogni giovine, che non sia uno schietto imbecille, ed abbia un temperamento vivace, e tanto più d'un giovine, com'era senza dubbio il Mastai, indole gioviale e affettuosa, ma forse in fondo infelice per l'orribile malattia, che l'affliggeva, e bisognoso di sbattersi un po' di dosso la malinconia.
Nè ciò impedisce, anche se ebbe allora misteriosi contatti (possibilissimi, ma non provati di certo) con qualche inferraiuolato framassone, nè ciò impedisce, dico, che tramutatosi a Roma a cercar fortuna al seguito dello zio, monsignor Paolino Mastai, e trovatosi in tutt'altro ambiente, prima s'accodasse a quel prelatume mondano, ultimo avanzo degli eleganti abati settecentisti, la più comune forma del cicisbeismo romano, poi l'ascetismo sincero della madre ripigliasse il disopra nell'indole del giovine Mastai e finalmente che l'influenza e la protezione di Pio VII facessero il resto, spingendo l'estrema emottività di lui in tutt'altra direzione da quella di prima.
Tuttociò è naturalissimo e sono inutili tutti gli sforzi dei libellisti a complicare romanzescamente e a colorire sinistramente questi primordi assai semplici e chiari del Vescovo d'Imola e di Pio IX, siccome sono superflui, mi pare, gli sforzi dei panegiristi fanatici a dissimularli e negarli.
Si narra che da prima tentasse entrare nelle Guardie Nobili del Papa e che risaputosi della sua infermità, il comandante, principe Barberini, non lo volesse ammettere. Erano gli ultimi guizzi degli antichi ardori cavallereschi, e si spensero così! Oramai l'ultima sua speranza erano il sacerdozio e la prelatura, quest'ultima la gran via degli onori e della fortuna nella Roma d'allora. Ma il Mastai, sempre più infervorato di idee religiose, cominciò bene la sua carriera, offrendosi ad un modestissimo ufficio di carità pei poveri orfani dell'ospizio di Tata Giovanni (Papà Giovanni vuol dire, in dialetto romanesco), un ricovero fondato già da un povero muratore, che si chiamava Giovanni Borghi.
In quella vita di sagrificio e di abnegazione operosa, la sua salute migliorò notabilmente, siccome gli avea presagito Pio VII, i cui incoraggiamenti ve l'avevano spinto, ed il giovine Mastai, ammiratore devoto di questo Papa, che le violenze di Napoleone aveano circondato d'un'aureola di santità e di martirio, ebbe il presagio in conto di profezia e di miracolo, e si fece prete.
Com'è di tutte le nature ardenti e impulsive (ed il Mastai certamente lo era) ben presto le quattro mura dell'ospizio di Tata Giovanni gli parvero anguste alla nuova energia morale, risvegliatasi in lui, e gli sorrise un più vasto campo di lotta, la predicazione, la missione evangelica in terre di barbari e di idolatri ed, occorrendo, la persecuzione e il martirio. Si provò prima, come oratore sacro, nella chiesetta dell'ospizio, poi dinanzi a pili vario uditorio in San Carlo al Corso, ed il successo non fu nè piccolo, nè grande. Pure si parlò di lui e qui viene a collocarsi nella sua vita un aneddoto singolare e che allo studio dell'uomo, qual era, importa non poco.
Una delle ultime forme delle Sacre Rappresentazioni medievali, dalle quali ebbe origine il teatro moderno, e che più specialmente si riattacca, mi pare, a quelle, che nella magistrale opera del D'Ancona su questo argomento, sono dette i Contrasti, era un genere di predica popolare, fatta per lo più sulle piazze e di cui si valevano i missionari, la qual predica si faceva in due o tre contemporaneamente, disputando fra essi in una specie d'azione dialogizzata fra un dotto e un ignorante, fra un peccatore indurito e il prete, che vuol convertirlo, e via dicendo. Or bene, il cardinale Testaferrata, vescovo di Sinigaglia, volle nel 1822 organizzare una di tali rappresentazioni in quella città e (caso o disegno che fosse) nella compagnia dei Missionari, colà spedita, fu scritturato il Mastai. Pochi anni prima Sinigaglia l'avea conosciuto, come dissi, sotto ben altre spoglie e ben altre sembianze. Rivederlo ora sul trespolo dei missionari, accanto a un gran crocifisso, sotto la zimarra del prete; udirlo esortare e minacciare i peccatori colla voce tremula, il gesto agitato, lo zelo, la passione d'un apostolo, in cui gli uditori subodoravano la contrizione d'un convertito, produsse un effetto incredibile, e qui pure la malevoglienza ha intrecciato leggende d'ogni fatta: bische e taverne invase a furor di popolo: sante Terese in estasi; Maddalene, penitenti, innamorate, impazzate. A noi basta notare l'antitesi drammatica significantissima anche in questo episodio della vita del Mastai.
Ne segue un altro nel 1823 di ben più vaste proporzioni: una sua missione mezzo tra diplomatica e apostolica al Chilì. Non più ora la modesta piazza d'una città delle Marche, ma un più vasto orizzonte s'apre dinanzi alla fantasia del giovine e del prete: l'Oceano infinito, i monti mostruosi, la vegetazione dei tropici, selvaggi da convertire alla fede, repubblichette ringhiose e sanguinarie da ammansare, e, chi sa? forse il trionfo, forse invece la schiavitù, il martirio! Capo della missione era un monsignor Muzi, vescovo in partibus e compagno al Mastai un prete Sallusti, che ha narrato il viaggio in quattro grossi volumi, illeggibili veramente, nonostante che il viaggio fosse in realtà disastrosissimo, e i rischi corsi, e i patimenti sofferti non pochi nè lievi. Tutto però si riduce a mal di mare, tempeste, quarantene, nulla di molto romanzesco, voglio dire, nè come missione apostolica, perchè non si sa d'alcun idolatra convertito dall'eloquenza del Mastai, nè come missione diplomatica, perchè non si sa d'alcun importante negoziato condotto a termine da monsignor Muzi.
Ad ogni modo un immenso viaggio (di cui è certo esistere una narrazione scritta dallo stesso Mastai, ma ancora inedita e sconosciuta da tutti) un immenso viaggio per quei tempi da Roma a Santiago e da Santiago a Roma, ove furono di ritorno nel 1825, e trovarono morto da tempo Pio VII e succedutogli il Della Genga col nome di Leone XII, per fortuna del Mastai assai benevolo a lui. Difatto lo nominò tosto Presidente dell'Ospizio di San Michele, asilo di vecchi e penitenziario di donne, in cui il Mastai, quanto era stato tenero, indulgente, pietoso nell'ospizio di Tata Giovanni, altrettanto si mostrò orgoglioso, severo, inflessibile; contraddizione singolare, che anch'essa dice non poco dell'indole dell'uomo e di parecchie sue gesta future. Due anni dopo era nominato Arcivescovo di Spoleto, ed ivi è il suo primo contatto colla Rivoluzione Italiana.