Dissi già che la Rivoluzione Bolognese del 31 avea spinte le sue squadre, sotto il comando del Sercognani, vecchio soldato di Napoleone, sino ad Otricoli. Non osò correre su Roma e si fermò dinanzi a Rieti, dove Gabriele Ferretti, un vescovo con atteggiamenti guerreschi alla medio evo e che fu poi Segretario di Stato di Pio IX, stava con bande armate sugli spaldi della città. Il Sercognani retrocedette sino a Spoleto ed ivi l'arcivescovo Mastai riescì a disarmare e sciogliere le truppe del Sercognani.

È d'uopo sceverare ancora la leggenda dalla realtà. C'è chi ha dipinto il Mastai in questa occasione un politico sopraffino e senza scrupoli, che fa di Spoleto la Capua del Sercognani e dopo averlo ammollito nelle delizie e versandogli l'oro a piene mani, lo induce a disarmare e sciogliere le sue truppe, le quali alla spicciolata, credendo ridursi alle proprie case con un salvacondotto, cascano invece in mano agli Austriaci, che s'avanzavano a grandi giornate da Bologna ed Ancona. C'è invece chi ha dipinto il Mastai, come già intinto di pece rivoluzionaria e amoreggiante coi liberali, laonde poi sarebbe caduto in disgrazia di Gregorio XVI e tramutato ad Imola. Quanto all'oro intascato dal Sercognani, parli per questo povero soldato la sua fine. È morto esule e miserabile in uno spedale di Parigi. Quanto all'arcivescovo Mastai, la sua condotta in quel frangente non merita:

Ni cet excès d'honneur, ni cette indignité.

Dinanzi ai primi subbugli di Spoleto egli si era prudentemente allontanato. Tornò, perchè il Governo Pontificio avea messo nelle mani di lui anche il potere civile e allora si conformò pienamente a quello che aveva fatto il cardinale Benvenuti colla capitolazione d'Ancona. Il Sercognani, cioè, che retrocedeva da Rieti, sapendo già della capitolazione di Ancona e dell'intervento austriaco, capitolò esso pure nelle mani del Mastai. Che colpa ebbero il Mastai e il Sercognani, se la capitolazione fu disdetta? Tuttociò si vede chiaro nelle lettere del Mastai al Bernetti e al Benvenuti, che sono pubblicate, e da esse risulta soltanto che il Mastai fu mite ed onesto fra tanta gente senza onore e senza pietà. È molto; ma non è quello che amici e nemici si sono piaciuti d'immaginare!

Ed ora torniamo ai cospiratori di Bologna, che lasciammo nella primavera del 43, aspettanti per muoversi l'annunziata rivoluzione di Napoli, dove avevano spedito per informarsi il conte Livio Zambeccari.

Figlio d'un areonauta, che, dopo prove e riprove, s'era accoppato precipitando, come Icaro, dal cielo, mentre stava cercando il punto d'appoggio nell'aria e la direzione dei palloni volanti, nel conte Livio s'era travasato non poco del fantastico genio del padre. Emigrato nel 21, cavaliere errante di repubblica, prima in Ispagna, poi nell'America meridionale, appena tornato, s'era rimesso all'opera rivoluzionaria, nella Giovine Italia. Spedito ora a Napoli dal Comitato bolognese, scriveva tosto colà mirabilia, assegnando persino il giorno che la rivoluzione sarebbe scoppiata, cioè l'ultimo di luglio, festa di Sant'Ignazio. Non gli fu creduto! E poichè trovavasi in Bologna a quei giorni, sotto finto nome, il Ribotti, esule nizzardo, partecipò tanto egli stesso, uomo di grande ardire e di buon ingegno, ai dubbi che tormentavano il Comitato sulla veracità di quelle asserzioni, che si profferse d'andare in persona ad accertarla.

Intanto però il Governo Pontificio era già sull'intesa e, per cominciare, fece accerchiare da birri e soldati la villa, in cui dimoravano i fratelli Pasquale e Saverio Muratori, principalissimi fra i congiurati. Essi scamparono colle armi in mano, e messa insieme una guerriglia cui si unirono altri usciti da Bologna (non tutti purtroppo brava e onesta gente, com'erano i fratelli Muratori), presero a Savigno la via dei monti, batterono a Castel del Rio una squadra di Papalini, e quindi aiutati da Don Verità, prete di Modigliana, dal Montanelli e da altri amici di Toscana, poterono finalmente raggiungere il mare, imbarcarsi e rifugiarsi in Corsica.

Svanita ogni speranza d'un moto napoletano, benchè in realtà una preparazione vi fosse stata in Malta, iniziata da Nicola Fabrizi e mezzo secondata e mezzo avversata dal Mazzini (il che spiega le illusioni del povero Zambeccari), svanita, dico, ogni speranza d'un moto napoletano, il Ribotti, tornato a Bologna e per sfruttare il fermento, che durava ancora vivissimo dopo il tentativo dei fratelli Muratori, ne pensò un altro, più rischioso ancora, se possibile, in Settembre.

Villeggiavano tra Imola e Castelbolognese tre cardinali, l'Amat, il Falconieri e Giovanni Maria Mastai, creato già Cardinale da Gregorio XVI fino dal 1840. Parve al Ribotti da tentare un bel colpo: sorprendere i tre Eminentissimi, sostenerli in ostaggio, ribellare quindi le Romagne, le Marche e l'Umbria e marciar dritti su Roma. Detto e fatto. L'8 settembre 1843, a notte chiusa, aduna al ponte di Savena, presso Bologna, un duecento compagni, armati alla meglio, alla peggio, e s'incammina verso Imola. Dovevano per via trovare altri aiuti e nessuno comparve. A Imola silenzio sulle mura e porte sbarrate. A Castelbolognese lo stesso. Nella villa, che accoglieva i tre Cardinali, la gabbia aperta (come s'esprime in certe sue Memorie uno dei congiurati) e i tre cardellini volati via.

Non per questo il Ribotti si perse d'animo. Sbandati i suoi compagni, cercò altre trafile rivoluzionarie (ce n'erano tante!), si provò quasi da solo di sommuovere Ancona e le Marche, osò penetrare sino in Roma: figura arditissima di cospiratore, cui fa riscontro in questi moti del 43 quella di Felice Orsini, che apparisce ora per la prima volta nel dramma tenebroso delle cospirazioni politiche romagnuole, e vi dovea poi acquistare purtroppo così terribile celebrità.